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Il populismo e il dilemma del Volo 93

17/03/2017 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari

Giuliano da Empoli, La rabbia e l’algoritmo, voltaitalia.org, 13 febbraio 2017
«Proprio in virtù della sua ambizione totalitaria, il M5S non funziona come un movimento tradizionale, ma come il Page Rank di Google. Non ha cioè una visione, un programma, un qualsiasi contenuto positivo. È un semplice algoritmo costruito per intercettare il consenso sulla base dei temi che tirano. Per questo, se l’immigrazione è un tema forte, Grillo lo cavalca e adotta la posizione più popolare, cioè una postura proto-leghista. Lo stesso vale per l’euro, le banche e qualsiasi altro tema di attualità. Se su uno qualunque di questi temi l’opinione pubblica dovesse evolvere in senso contrario, il M5S cambierebbe posizione (come è già accaduto più volte) senza il minimo imbarazzo (...) Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre perché non è selezionata sulla base del merito, ma a caso. I loro contenuti e le loro politiche sono erratici perché non sono il frutto di un ragionamento, ma di un algoritmo. I loro princìpi sono vuoti – e le relazioni umane che intrattengono tra loro, come si è visto nel caso di Roma, feroci – perché non sono basati su affinità e su valori, ma su dati (per quanto big…) (...) Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa. D’ora in poi non possiamo più dare per scontate le risposte: se vogliamo andare avanti e non tornare indietro dovremo essere in grado di convincere la gente che ne vale davvero la pena».

Luca Sofri, Cos’è il populismo, ilpost.it, 3 gennaio 2017
«Il termine “populismo” è divenuto in questi anni l’unica etichetta disponibile da fare aderire a fenomeni recenti assai più complicati e sfilacciati, e spesso in contraddizione con la definizione stessa (...) è stato poi usato per definire ascese politiche diverse (Trump, Farage, Tsipras, Grillo, Podemos, Le Pen), ma complessivamente basate su una contestazione delle classi dirigenti, soprattutto politiche (…). Spesso [l’elitismo] diventa sinonimo di “comandano sempre gli stessi”, e genera quindi un “antielitismo” (rafforzato da “è tutto un magna magna”) che predica la necessità di cambiare questo stato di cose, e che è alla base del populismo contemporaneo. Però la teoria dell’elitismo può anche essere positiva, e trasformarsi allora in un’idea costruttiva e un pensiero politico: sostenendo che sia giusto che a compiti straordinari si dedichino persone di qualità straordinarie a patto che ci sia un ricambio che garantisce la continuità di quelle qualità. Definendo quindi positivamente le élites come contenitori rinnovabili di qualità, merito e competenza. (…) Una democrazia è un sistema di funzionamento delle comunità auspicabile, efficace e giusto perché consente che le opinioni e le scelte di tutti pesino, ma lo è solo se quelle opinioni e scelte sono informate, se nascono da dati sufficientemente completi e non falsi. Altrimenti è solo un sistema giusto in principio, ma fallimentare e controproducente, proprio perché il popolo tende di più a non avere ragione: una democrazia disinformata genera mostri maggiori di una dittatura illuminata, per dirla grossa».

Antonio Polito, Il dilemma del volo 93 vale anche per Cinque Stelle, Corriere della Sera, 16 febbraio 2017
«Uno dei paradossi del nostro tempo è il consenso popolare, spesso maggioritario, per personaggi e movimenti politici chiaramente impreparati a governare. Competenza e credibilità, da virtù che erano, oggi fanno perdere le elezioni. Perché accade? Forse la spiegazione più brutalmente convincente l’ha data durante la campagna elettorale americana uno degli intellettuali vicini a Trump, che si firmava con lo pseudonimo di Publius Decius Mus sulla rivista del think tank conservatore del momento, la Clermont Review of Books. Si tratta del “dilemma del volo 93” (…) È lo stesso dilemma di fronte al quale si trovano oggi gli elettori, secondo il nostro autore: “Dai l’assalto alla cabina o muori. Puoi morire in ogni caso. Il tuo leader può riuscire a entrare nella cabina di guida e poi non sapere come si guida un aereo. Non ci sono garanzie. Eccetto una: se non ci provi, la morte è sicura. Per usare una metafora: una presidenza di Hillary Clinton sarebbe una roulette russa con una semiautomatica. Con una presidenza Trump puoi almeno far girare il cilindro dei proiettili e tentare la fortuna”. Per provare un tale sentimento da roulette russa bisogna essere disperati, è vero. Ma in vaste sezioni della società occidentale, la crisi, i cambiamenti sociali, la scomparsa del lavoro, hanno prodotto disperazione. Forse si spiega così perché questi movimenti non soffrono oltremodo la pubblicità negativa né le inchieste giudiziarie. Se ne dovrebbe dedurre che per togliere voti ai Cinque Stelle non serve a molto parlarne male, metterli in cattiva luce; ma sarebbe più utile presentare un’offerta politica alternativa del tutto nuova e migliore. E invece questo è oggi il problema più serio dei partiti cosiddetti moderati. Quello del centrodestra, è ancora uguale a 25 anni fa, quando nacque. La gran parte dei parlamentari di Forza Italia hanno più di quattro legislature alle spalle, e il leader ha alle spalle una vita. Ma anche il partito del centrosinistra, il Pd, è più o meno sempre lo stesso. Ammesso che sopravviva a una eventuale scissione, ripresenterà il leader che ha già avuto la sua chance di guidare l’aereo? E se sì, lo farà con le stesse idee e nella stessa direzione? (…) “Solo in una Repubblica corrotta, in tempi corrotti, poteva sorgere un Trump”, ha scritto Publius Decius Mus. Vale anche per gli aspiranti Trump nostrani».

COMMENTO

Negli ultimi tempi, una parola risuona spesso nella cronaca politica nazionale e internazionale: «populismo». Grillo si definisce populista, e accusa i suoi avversari politici di essere populisti. Farage, leader del sì alla Brexit, è populista. Trump, il populista, vince le elezioni negli Stati Uniti. Partiti populisti come la Lega in Italia, ma soprattutto il Front National in Francia guadagnano consensi. Berlusconi è spesso ritratto come il padre del populismo italiano moderno e Renzi come il suo discepolo in quest’arte.
Ma che cos’è il populismo?
Nel dibattito attuale il termine è usato per indicare un «atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità» (così il dizionario del Corriere della Sera) ovvero, come dice più seccamente Giuliano da Empoli, volto a «intercettare il consenso sulla base dei temi che tirano».
Inteso in questo senso, il populismo non ha bisogno di un progetto, di un programma o di un partito di politici capaci di una visione del futuro, ma solo di un leader carismatico che sappia rivolgersi direttamente al popolo e cavalcarne il malessere.
In effetti, se si guarda alla “proposta politica” di molti movimenti oggi definiti populisti non è difficile notare quanto essa sia soprattutto caratterizzata dalla costante del “contro”: contro le élites, contro i politici, contro l’Europa, contro gli immigrati, contro le multinazionali, e chi più ne ha più ne metta. Malgrado ciò o forse proprio per ciò tali movimenti riscuotono un consenso sempre più ampio, come l’elezione di Trump negli USA documenta in modo emblematico.
Come si spiega?
Le risposte sono diverse e non si può essere sbrigativi. Antonio Polito ci offre uno spunto interessante: lo chiama il dilemma del volo 93. Sinteticamente: il volo 93 è il quarto aereo dirottato dai terroristi l’11 settembre 2001. Grazie all’assalto dei passeggeri alla cabina dei piloti occupata dai dirottatori, l’aereo si schiantò lontano dagli obiettivi prefissati. Con questa analogia Polito sottolinea il grado di disperazione a cui siamo giunti: il sentimento comune è che l’aereo (la società) presto o tardi andrà a schiantarsi; dunque, bisogna cercare di far qualcosa per cambiare immediatamente la rotta; probabilmente l’aereo si schianterà lo stesso, ma almeno ci avremo provato.
Ci si affida ai populisti, allora, perché – tra tutti – sembrano gli unici a voler cambiare le cose? O a dare l’impressione di volerlo? E, se così fosse, perché ci si può illudere fino a questo punto?
Proponiamo a nostra volta qualche spunto.
In primo luogo, bisognerebbe riflettere sul nesso tra le nuove forme di populismo e le attuali tecnologie di comunicazione. Non è anche questo che ci ha insegnato l’elezione di Trump? Oggi, con i nuovi media, si può entrare direttamente nella intimità di ognuno, si può stabilire un rapporto diretto, immediato, con ogni individuo, come non era mai stato possibile prima, si può parlare con il singolo e intrattenerlo, informarlo, persuaderlo, fidelizzarlo, senza ricorrere ad alcuna realtà intermedia, anzi disattivandone l’influenza, si tratti di un partito o di una formazione sociale.
In secondo luogo, il populismo è anche un sintomo: un sintomo della sofferenza delle democrazie occidentali. Dire che in esse è venuto progressivamente meno, fino quasi a scomparire, il dispositivo della rappresentanza è certamente un luogo comune. Ma ciò non ne diminuisce il peso. Si è incrinato il modello che prevedeva che la classe politica rappresentasse non solo gli interessi dei gruppi di potere di volta in volta rilevanti, ma anche quelli di strati sociali, associazioni, categorie, coalizioni di cittadini, con i loro bisogni, aspettative, istanze. Non è proprio questo spazio di “rappresentanza” che, lasciato vuoto, viene – illusoriamente – colmato dal fenomeno populista?
In terzo luogo, il populismo è l’altra faccia di un indebolimento e forse anche di un abbandono della politica da parte di personalità che, in altre stagioni, avrebbero dato il loro contributo e oggi preferiscono investire altrimenti i propri talenti (non senza qualche motivo: chissà che fine farebbero, nell’attuale scenario economico-mediatico-politico, figure come De Gasperi, La Pira, Moro e via dicendo? Riuscirebbero a guadagnare la prima fila o verrebbero relegati in seconda, scavalcati da coloro che, pur non avendo la stessa cultura politica e capacità di mediazione, possiedono il giusto appeal “comunicativo”?).
E dunque? Tesi e soluzioni facili non ce ne sono. Si può dire però che se una riscossa è possibile essa può venire solo dalla società, o meglio, dalla presenza in essa di persone e di luoghi del “per” invece che del “contro”: persone che creano legami in un mondo segnato da un individualismo spaventoso e da una pulsione al contrasto, che danno lavoro piuttosto che accontentarsi di accumulare rendite, comunità che accolgono i più deboli invece che praticare la logica dello scarto e del consumismo famelico, associazioni in cui si respira solidarietà e non esclusione. Tali persone e luoghi esistono, anche se possono non “viaggiare” sui social, e tengono insieme silenziosamente il tessuto sociale. A queste persone e realtà occorre guardare e, fin dove possibile, assicurare il proprio sostegno, diretto o indiretto. Da qui può trarre nuova linfa e nuovi nomi anche la politica. È una alternativa – lunga, impegnativa, ma realistica – all’arrembaggio populista, affinché il volo 93 non si schianti.


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