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MILANO

Vittadini in moschea: «Siete parte di noi»

di Maurizio Vitali

16/03/2017 - Il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà al centro islamico di via Padova, ospite del direttore Benaissa Bunegab. Ragazzi musulmani e cristiani raccontano la loro amicizia. «Dobbiamo costruire insieme il nostro Paese»

«Voi musulmani siete parte di noi nell’impegnarvi e nel sacrificarvi per fare il bene di questa città». Non s’erano udite prima parole così dalle parti di Via Padova.
Via Padova è l’arteria più lunga e più multietnica di Milano. Un caleidoscopio di quattro chilometri, con un’estremità a ridosso della tangenziale e l’altra che si inoltra verso il centro, a piazzale Loreto. Quando qualche banda fa a pistolettate, via Padova balza ai disonori delle cronache come il peggiore dei Bronx. Poi c’è anche la vita quotidiana non raccontata, fatta di bene e di male, di incontri e diffidenze, di mescolanza e distanze. Di condivisione di spazi, tempi e cose. La moschea, cioè il capannone della Casa della Cultura Musulmana, è a metà dell’arteria. La Casa della Cultura è da 40 anni il luogo dove la comunità islamica si incontra per pregare, festeggiare, dialogare, educare (alla religione), insegnare (la lingua araba). La presiede Benaissa Bunegab. Per una sera a togliersi la scarpe all’ingresso non sono solo musulmani ma anche cristiani. Duecento, forse di più, parte accomodati sulle sedie, parte accovacciati a terra tutt’attorno alla sala. Al tavolo dei relatori c’è Giorgio Vittadini, docente universitario e presidente della Fondazione Sussidiarietà. È lui che ha pronunciato quelle parole inaudite, riportate all’inizio. Il tema scelto è “Le sfide dell’educazione in una società plurale”. Parleranno e dialogheranno i due presidenti, per tracciare i sentieri di una convivenza pacifica e operosa; interverranno anche dei giovani, per raccontare con le loro esperienze come su questi sentieri stanno già camminando, anzi correndo.

Curiosamente la moschea è di fronte all’enoteca Ligéra. Ligéra è il nome che più meneghino non si può della piccola criminalità di una volta, ladri di lambrette e case di ringhiera. Dentro il locale, tra ironia e memoria, poster dei film anni ’70 tipo Milano trema la polizia spara e manifesti comunisti ascendente Cossutta, storico milanesissimo dirigente del Pci. Prima o poi qualche islamico vi entrerà, anzi vi sarà già entrato: per un boccone, magari; non per il vino.
Perché Milano è così: «A Milano siamo tutti immigrati. Da millenni. Siamo camuni, celti, etruschi, romani, provinciali del contado, terroni, cinesi, arabi...- E ben presto tutti si diventa milanesi». Benaissa Bounegab, che è a Milano dal 1975, dice: «La nostra comunità è cresciuta e cresce nella città e con la città». Come dire: non siamo un corpo estraneo. Sottolinea che la fede avvicina e unisce: «Abbiamo lo stesso Dio che ci comanda di amare e non di uccidere; e gli stessi profeti, a partire da Abramo, che ci trasmettono la stessa essenza di verità. Le chiavi del paradiso non le possediamo: sono le nostre opere». Anche per Vittadini Dio è «un punto chiave che abbiamo in comune», Dio come Mistero buono e giusto. Ricorda la processione multi-religiosa del cardinale Martini, la preghiera di Giovanni Paolo II ad Assisi, e papa Francesco abbracciato al capo della moschea islamica sulla jeep che percorreva le strade di Bangui, Repubblica centroafricana. Le guerre di religione? Sono guerre di potere, la fede non c’entra. Ci sono state le crociate, ma anche le guerre più feroci tra cristiani. E c’è stato San Francesco che incontrò il Sultano... Dunque: Milano, Dio. La storia, anche, come punti comuni. Poi per Vittadini ce n’è un altro, di punto: «Il cuore, cioè il senso della verità, della bellezza, della giustizia, il desiderio di amore, di carità che ci accomunano profondamente».




















Benaissa Bunegab si dice anch’egli convinto che Milano, a l’Italia in genere, siano un luogo «che gli arabi possono vedere con speranza» (anche se l’accoglienza deve essere più sostenuta e meglio organizzata dalla pubblica amministrazione). Milano non ha le banlieues di Parigi, aggiunge, ghetti abbandonati a se stessi dove vige la legge del più forte e i ragazzi più inqueti e disagiati sono facilmente arruolati dalle organizzazioni criminali o terroristiche. E non sono ragazzi stranieri, ma francesi. «Hanno nonni che erano già in Francia molti decenni fa; molti hanno combattuto nell’esercito francese nella guerra di Indocina...». Ecco: nichilismo, insicurezza, mancanza di senso, questo «è il nemico», non altro, scandisce Vittadini. E anche il suo interlocutore parla di «crisi culturale dell’Europa».

La risposta? «Insegniamo ai nostri figli il valore universale della fede e la sua capacità di farci stare insieme tutti come fratelli», dice il presidente musulmano. «Come noi, i nostri figli sono figli di questa società», , gli fa eco Vittadini: «Vanno a scuola nelle scuole pubbliche italiane. Quando sono cresciuti lavorano o fanno impresa come tutti gli altri dentro il tessuto sociale. Desideriamo che l’Italia riconosca noi e i propri figli come suoi figli», è la posizione di Benaissa Bunegab. Vittadini: «Chi è qui, lavora e cerca una buona convivenza nella quotidianità... è italiano. Con il lavoro, l’educazione (che avviene se c’è una comunità di uomini), la stima dell’altro dobbiamo costruire insieme il nostro Paese». Benaissa Bunegab: «In Italia dobbiamo tutti insieme difendere la società, lavorando per la convivenza e l’educazione».

C'è tempo anche per qualche osservazione sulla legge regionale lombarda sui luoghi di culto sulla quale Vittadini osserva: «Ostacola pesantemente i luoghi religiosi. La trovo demenziale. Bisogna battersi esattamente per il contrario».

Ed ecco quattro giovani che raccontano questa costruzione che già accade. Nibras, vent’anni o poco più, nata in Italia, faccino graziosissimo incorniciato dal velo che porta anche nelle aule di Giurisprudenza alla Statale. «Sono figlia di due culture. Con disagi: ti vedono come straniera in Italia e italiana nel mio paese di origine. Molti finiscono per rifiutare una delle due identità, è più facile. Io per fortuna ho scelto di imparare il bello e il buono da entrambe e sono felicissima di questo. In questa società siamo liberi di fare tutto. Ma io so di dipendere da Dio, la sua unicità è quello che mi dà il senso della vera libertà e che mi fa recuperare valori come il rispetto per i genitori e gli anziani».




















Momo, egiziano, a Milano dal 2001. Da anni lavora a Portofranco, l’associazione di aiuto gratuito allo studio dei ragazzi delle superiori (1500 iscritti ogni anno, di tutte le nazionalità e religioni), che in precedenza aveva frequentato come studente. «Ero uno che andava a scuola con lo zaino vuoto. Non me ne fregava niente. A Portofranco Aurelio, il tutor, si arrabbiava di brutto, ma mi aiutava. Ero in un posto cristiano, di infedeli. Però accolto con calore. Per me erano come i miei genitori. E respiravo libertà. Prima litigavo con i prof per scemenze, tipo andare al bagno, poi ho cominciato a tenerci ai voti. A un certo punto ho deciso di andare in Egitto, ma la rivoluzione mi ha costretto a tornare indietro. Sono stato ospitato da una famiglia di Milano: mi hanno dato una stanza mia, facendo spostare il loro figlio, il pc, la colazione pronta al mattino e il cestino per il pranzo. L’amicizia in questi anni si è allargata a una cerchia sempre più ampia di persone. Sono “infedeli”. Dio però ha dato a tutti il cervello per riflettere e decidere.. E non posso non sperare che si convertano...».





















El Sayed Tawfik, egiziano di 26 anni, in Italia dal 2006. Accolto per due anni nella Casa della Carità, quartiere Adriano, a due passi da via Padova. Poi uno dei 500 musulmani iscritti all’Università cattolica del Sacro Cuore. Ha fondato un gruppo che prima di chiamava Comunità e Incontro, per «raccoglierci tra noi ragazzi musulmani, discutere e aiutarci. E incontrare le altre realtà. Abbiamo passato giorni difficili nel periodo di Charlie Hebdo, molti vedevano il nemico in ogni faccia araba. Esito delle campagne politico-mediatiche che trasmettono come messaggio la paura del diverso. Adesso il gruppo si chiama Swap (Share with all people, condividere con tutti)». Non ama la parola integrazione: «Sembra dire che l’inferiore deve assumere idee e modi di quello che sta in alto. Preferisco interazione, cioè incontro e scoperta del bello nella diversità».

Daniel è italiano. Milanese. «A 17 anni ragionavo come tanti: lo straniero è un marocchino, o un "negro", eccetera, e li guardavo come estranei quando non come gentaglia. Non che io fossi uno stinco di santo. Sono stato mandato nel carcere minorile. Trasferito da Milano a Catania: lì ero additato e isolato come “il milanese”. Insomma il marocchino ero io. Ecco: bisogna mettersi nei panni dell’altro per capire. Adesso rigo dritto. Abito con due musulmani. Siamo amici. E io, cattolico, cerco di cogliere e apprezzare il senso della religione dei miei compagni. Il diverso può solo arricchirci. Mai arrendersi alla diffidenza». Daniel chiude regalando un proverbio (arabo): «Non arrenderti mai: rischieresti di farlo un attimo prima che accada il miracolo».

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