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GIOVENTÙ STUDENTESCA

Non è un flash mob, perché rimane

di Roberto Perrone

05/10/2015 - La Giornata di inizio anno degli studenti di CL milanesi. Un'assemblea in San Marco e una festa all'ombra dei grattacieli. Per dire che «la vita è grande». E che è bello ricominciare

Passano un papà e un bambino. Il bambino chiede: «Cos’è, papà?». Il papà risponde: «È un flash mob». Tra tutte le definizioni affibbiate a un raduno ciellino questa non l’avevo mai sentita. Però può tornare utile. Da Wikipedia: «Flash mob (dall’inglese flash, lampo, inteso come evento rapido, improvviso, e mob, folla) è un termine coniato nel 2003 per indicare un assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, che si dissolve nel giro di poco tempo, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita».

L’assembramento improvviso c’è: mille ragazzi nella grande piazza in mezzo ai grattacieli nella new Milano; c’è una finalità comune; e c’è anche l’azione insolita. Perché non è consueto trovare dei ragazzi che cantano sotto uno striscione che recita: «La realtà insieme al cuore è la nostra grande alleata», trasmettendo non slogan, non recriminazioni, non proteste, ma una grande amicizia, una spettacolare compagnia.

Ecco, quello che non calza del flash mob, in questo caso, è «che si dissolve in nel giro di poco tempo». Ognuno per la sua strada.

Qui, ora, anche quando finisce, anche quando il canto finale se n’è andato come l’ultima onda di luce tra i grattacieli, questa amicizia rimane. Mio figlio Giovanni è là in mezzo, gli mando un whatsapp: «Vado a casa, vieni con me?». Risponde: «Vado con i miei amici».

Perché una risposta semplice come questa riesce a mettere in subbuglio anche un cuore cinico e baro come il mio? Perché dà il senso di una strada che prosegue. Termina così la Giornata d’inizio anno di Gs di Milano, cominciata nella chiesa di San Marco, «per la prima volta sotto forma assembleare», mi dice Stefano, un responsabile di Gs e vecchio (nel senso di conoscenza non di età di entrambi e del nostro rapporto) amico, raccontandomi che cosa succederà nella chiesa milanese tra qualche minuto. Fuori, i ragazzi si accalcano sull’acciottolato in attesa che si aprano le porte, in tutto e per tutto simili agli altri che magari passano loro accanto, però diversi, spinti in 1.500 a sedersi nella bella chiesa, animati da quello che Julián Carrón definirà, qualche minuto dopo: «La realtà può essere percepita come vuoto di senso o come possibilità per capire di più. Chi rischia può vedere questa possibilità. Solo chi si rende conto di queste domande può intercettare le risposte».

E le domande dei ragazzi che si alternano al microfono sono quelle che accompagnano la loro vita di figli e la nostra di genitori. La prima, di Caterina, già me la facevo io più di quarant’anni fa, alla fine dell’estate, della (quasi) magia di una vacanza con Gs in montagna, quando la consapevolezza di essere parte di una storia e di una compagnia vera si fondono in un entusiasmo che sembra non dover/poter finire mai. Però, poi, a livello del mare la cosa non funziona più: «Come posso mantenere tutto questo? Mi sembra che si sia annullato». «Se fosse annullato del tutto non saresti qui», le risponde Carrón: «E se non tutto si è annullato te la puoi ancora giocare». Domande che attraversano i decenni, ma sempre reali. Maria Elisabetta: «Perché gli altri fanno fatica a vedere tutto questo? Come mostrarglielo?». Carrón la invita a darsi da sola la risposta: «Con la nostra esperienza». «Questo è il punto di partenza: testimonia quello che Cristo ha introdotto nella vita reale», risponde lui.

Si sussegue questa generazione di giessini 2.0, spesso lo smartphone prende il posto del block notes. Luigi, dal suo device, estrae il racconto di una delusione amorosa traducendo il prosaico «la mia morosa mi ha mollato» in un politicamente corretto «in estate ho vissuto una dolorosa esperienza nei rapporti interpersonali». Mitico. Strappa quasi una risata a Carrón. Però quello che dice è fondamentale: «Ho deciso di non dire più le Lodi. Gli ho detto “no”, ma dicendoGli “no”, ho capito che c’era un rapporto con Lui». Carrón chiosa: «C’è un “no” che mi rende più me stesso». Non c’è astrazione, qui, ma vita vera e nessuna paura a rivelarla: l’astio/invidia verso gli amici, per la loro felicità, (Cecilia 2), il dilemma tra restare chiusi in un angolino o alzare lo sguardo (Teresa). Il dialogo è fluido, diretto. Mi sbaglierò, ma Carrón pare sollevato da questa dialettica limpida, scevra di certi mappazzoni che gli riversano addosso gli adulti: «Dove trovare un luogo che possa abbracciare tutto di noi, inadeguatezza, male? Tutto l’astio e l’invidia non possono annichilire quel presentimento di bene che ho vissuto. La vita, ragazzi, è grande. Dio ci chiama attraverso le circostanze. Chi pensa di sapere si perde il meglio. Quando si mette in gioco, invece, scopre che Dio è originale e fantasioso. La strada non la conosciamo, si scopre la vita vivendo».

La strada porta in piazza Gae Aulenti, dietro lo striscione che riprende il tema della Giornata.

Intorno, un crogiuolo di razze e di struscio/shopping domenicale. Qualche ragazzo dopo la messa se n’è andato a casa. Gli altri sono qui, seduti o in piedi. Circondati da questa nuova Milano di acciaio, cemento e vetro cantano «apri la muraglia al cuore dell’amico», «l’amaro che c’è in me sarà mutato in allegria», «sento il mio cuore che batte e non smette di sognare». Non sono solo strofe di canzoni, qualcuno se ne accorge e si ferma. Stefano conclude: «Don Giussani diceva che la giornata più bella della settimana è il lunedì perché tutto ricomincia. Buon anno».

La canzone più famosa dei Boomtown Rats prende spunto da una strage in una scuola americana (purtroppo non un caso). All’autrice del massacro chiedono perché. «I don’t like mondays». Il contrario del vuoto di senso è amare il lunedì. Una bella sfida per i giessini. Ma anche per tutti noi. E mentre mi avvio ripenso al 1979, a quando Giorgio Vittadini mi disse di accompagnare i maturati alla loro tre giorni. «Pensi che a loro serva che io vada?», gli domandai, perplesso. «Servirà a te, non a loro». Così fu, così è.


UNA FOTOGALLERY DELLA GIORNATA (di Maddalena, Milano)

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