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MILANO

Per accogliere il Papa «dalla fine del mondo»

di Paolo Martinelli*

16/03/2017 - Dal primo Angelus al Convegno di Firenze. E oltre. Monsignor Martinelli, ausiliare della diocesi ambrosiana, rilegge il magistero di Francesco. Un aiuto per tutti a vivere l'attesa della visita del 25 marzo

Papa Francesco viene a Milano il 25 marzo 2017. Questo incontro ha indubbiamente il carattere di evento. Il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» visita la diocesi di Ambrogio e le terre ambrosiane. Ci sono tutte le premesse perché si tratti di una tappa significativa anche per lo stesso pontificato di Bergoglio. Il Papa avrà la possibilità di incontrare in un solo giorno situazioni assai diverse: le periferie e il centro di Milano, gli immigrati e i carcerati, la vita consacrata e il clero milanese in Duomo, un “popolo numeroso” per la santa Messa al parco di Monza e i ragazzi della cresima con le loro famiglie e i loro educatori allo stadio di San Siro. Questo viaggio avviene al compiersi del quarto anno di pontificato di papa Francesco. È una bella occasione per fare il punto su quello che il popolo dei fedeli sta imparando dalle sue parole e dai suoi gesti.

Uno stile di testimonianza
Certamente c’è uno stile nel Papa argentino. Si tratta innanzitutto del suo modo di porsi e di incontrare le persone. Il suo modo di comunicare è diretto. Ma non si tratta di tecniche comunicative speciali. C’è in gioco molto di più: l’esporsi personalmente. Il linguaggio e i gesti che compie impediscono di rimanere solo spettatori di fronte a lui. Si è interlocutori diretti. Questa posizione rompe ogni possibile neutralità. Egli si rivolge alla libertà di ciascuno e invita al coinvolgimento. Possiamo dire in sintesi che lo stile di papa Francesco è la testimonianza: la verità vivente di Dio si comunica da libertà a libertà. Il Santo Padre stesso si espone in quello che dice e fa, chiedendo a chi lo incontra di lasciarsi muovere da ciò che muove lui stesso: la passione per Cristo e per l’uomo concreto di oggi.

La Chiesa: una comunione missionaria
Oltre allo stile testimoniale vi sono alcuni richiami specifici che stanno creando nella Chiesa una nuova mentalità. Innanzitutto la centralità della missione come cuore della vita del popolo di Dio. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium costituisce da questo punto di vista un pilastro molto solido. Dietro alla formula della “Chiesa in uscita” sta una visione della Chiesa come comunione e missione. Il soggetto della missione è la comunione; la missione è la forma della comunione. In questa prospettiva si comprende la prospettiva radicale affermata dal Papa: «Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (EG 49). Questa visione viene approfondita successivamente quando la parola missione viene compresa in termini molto personali: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 274). Qui si comprende molto bene che la missione intesa da papa Francesco è agli antipodi del proselitismo, non è innanzitutto qualcosa da fare ma un modo di essere e di abitare il mondo.





















Francesco al Convegno Cei a Firenze, il 10 novembre 2015

Gesù Cristo, misericordiae vultus, nuovo umanesimo
Questa missione è radicata nella persona stessa di Gesù: egli è la missione del Padre. La Chiesa partecipa e dilata nel tempo e nello spazio la missione di Cristo in forza del dono dello Spirito Santo. Occorre ritornare all’essenziale, all’incontro con Cristo da cui tutto scaturisce; tutto prende le mosse da questo avvenimento e non da una idea, né da un’etica (DCE 1; EG 7). Nel discorso fatto il 10 novembre 2015 a Firenze in occasione del V Convegno della Chiesa italiana, papa Francesco ha posto l’accento sulla radice del nuovo umanesimo: «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della Sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo». Da questo dato emerge il contenuto più fortemente richiamato nelle parole di papa Francesco durante questi quattro anni: la misericordia come nome di Dio, a cui ha dedicato l’intero giubileo straordinario. Fin dal primo Angelus del 17 marzo 2013 la parola chiave del suo pontificato appare l’amore misericordioso: «Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai!». L’amore misericordioso rianima e rigenera la persona.

I carismi nella Chiesa
La Chiesa, radicata nella umanità di Cristo, vive la missione di portare a tutti la gioia del Vangelo (EG 1) in forza dell’azione dello Spirito. Qui si coglie il grande amore di papa Francesco per l’azione dello Spirito sia nei sacramenti che nei carismi condivisi. Egli è consapevole che «non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca» (Firenze 2015). I carismi sono essenziali alla vita e alla missione della Chiesa: «Essi sono doni per rinnovare ed edificare la Chiesa. Non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice» (EG 130). Non dimentichiamo che il pontificato di papa Francesco è quello sotto il quale viene promulgata la lettera Iuvenescit Ecclesia (2016) sui doni carismatici che costituisce un passo decisivo della ricezione del Vaticano II per la valorizzazione delle nuove aggregazioni ecclesiali, iniziato da san Giovanni Paolo II e portato avanti da Benedetto XVI.






















Vita come vocazione e famiglia
Nella rivitalizzazione della Chiesa come soggetto di missione si deve riconoscere a papa Francesco la grande tenacia di portare avanti una concreta riforma della Chiesa secondo l’idea fondamentale della «conversione pastorale» (EG 25-33). In questo processo tutte le forme di vita cristiana sono coinvolte. Contro la cultura del provvisorio, papa Francesco spinge ogni fedele a vivere la vita come vocazione. Attenzione particolare è posta sul matrimonio e sulla famiglia come autentica vocazione che trovano fondamento ultimo nel rapporto sponsale tra Cristo e la Chiesa (Ef 5). La famiglia, come si afferma in Amoris Laetitia, è autentico soggetto di vita cristiana e di evangelizzazione (n. 290), capace di mostrare sul campo dell’esistenza quotidiana il superamento della rottura tra fede e vita, tra Vangelo e cultura, di cui il beato Paolo VI aveva tanto parlato (EN 20).

Chiesa povera e cura della casa comune
La visione di papa Francesco, ci spalanca dunque ad una fede come sguardo nuovo sulla realtà intera e come responsabilità. Qui viene sconfitta una fede “da sacrestia”, ripiegata su di sé e ridotta al privato. Anche l’invito ad una Chiesa povera per i poveri appare nel suo profondo senso teologale. I poveri sono riconosciuti come “la carne di Cristo”. Sono membri della Chiesa: «Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente» (EG 198). La loro inclusione sociale è parte della evangelizzazione (EG 186-216). L’attenzione alle periferie esistenziali e geografiche diventa così un modo nuovo di guardare alla realtà tutta, facendo nostri i sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5).

Lo stesso giudizio di fede vediamo emergere negli interventi di papa Francesco sulla cura della casa comune, il creato, come emerge nella enciclica Laudato si’. Giacché, ad immagine della Santissima Trinità, nessuno può concepirsi da solo, poiché «tutto è in relazione» (LS 70.92.120.142). È l’incontro con Cristo che accende in noi la passione per l’umano e per la realtà come bene da custodire e da consegnare alle generazioni future.

Benedetto XVI diceva che l’intelligenza della fede diventa «intelligenza della realtà»; la testimonianza e il magistero di papa Francesco ce ne mostrano l’efficacia.

*Ofmcap, Vescovo Ausiliare di Milano

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