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LA VISITA DEL PAPA

Scola: la grande attesa di Milano

di Davide Perillo

21/03/2017 - Alla vigilia del 25 marzo, l'Arcivescovo della diocesi ambrosiana racconta che cosa Francesco sta insegnando alla Chiesa (e a lui). E come ha visto cambiare la “sua” città (da Tracce, marzo 2017)

Un dono. E una «pro-vocazione», così, col trattino: qualcosa che ci chiama in causa fino alla radice di noi, che sollecita la nostra libertà in maniera profonda. Il 25 marzo, papa Francesco visita Milano. Dieci ore tonde e fitte, dallo sbarco a Linate delle 8 alle 18, quando terminerà il saluto ai cresimandi allo Stadio Meazza per riprendere la via di Roma. In mezzo, la sosta alle Case Bianche di via Salomone, periferia travagliata; la visita e il pranzo al carcere di San Vittore; l’incontro con i religiosi in Duomo, con successivo Angelus in Piazza. E il gesto in cui si prevede l’affluenza maggiore di popolo: la messa a Monza, attesissima.
Per Angelo Scola, Arcivescovo di Milano dal 2011, sarà uno dei momenti capitali del suo episcopato. A novembre scorso, appena compiuti i 75 anni, come vuole la prassi, ha presentato le dimissioni al Santo Padre. Ma quando parla dell’arrivo di Francesco a Milano, usa parole che non c’entrano nulla con l’idea di una celebrazione o di un epilogo: «Attesa», «desiderio», «conversione»... Fino a quella «pro-vocazione», appunto.

Che significato ha questa visita di papa Francesco? Come lo attende la città e come lo attende lei, personalmente?
La visita del Papa è un grande privilegio per Milano. Basti pensare che la nostra è una delle poche metropoli europee visitate in questi anni. C’è grande attesa e grande desiderio di incontrarlo. Per me personalmente è un dono ed una pro-vocazione a vivere con autenticità il compito affidatomi. La visita del Papa, inoltre, riprende e conclude idealmente il percorso che abbiamo proposto in questi anni sul tema “Evangelizzare la metropoli”. Sono stati tra di noi i cardinali Schönborn, Onaiyekan, O’Malley e Tagle e ognuno di loro ci ha aiutato a meglio comprendere che cosa significhi oggi annunciare Gesù nelle grandi città. L’insegnamento del Papa, che conta anche sulla ricchezza della sua esperienza come Arcivescovo di Buenos Aires, ci sarà senza dubbio di grande aiuto.

Lei ha avuto modo spesso di parlare del Papa con i milanesi, a tutti i livelli: il popolo, la “gente-gente”, e la “classe dirigente”, anche laica. Come vedono Francesco e cosa si attendono da lui?
È indubbio che papa Francesco genera nel popolo una grande simpatia, proprio per la sua modalità di porsi personalmente - nel linguaggio del Vangelo si direbbe che è «uno che parla con autorità» - e senza risparmiarsi. Vorrei che tutti, senza alcuna distinzione tra popolo e classe dirigente, tra cristiani e laici, guardassero al Papa con grande interesse. Cosa si aspettano? Questo è più difficile da sapere. Tutti però ci aspettiamo una cosa perché siamo certi di riceverla: l’annuncio della misericordia di Dio.




















Le "case bianche" di via Salomone, a Milano

Cosa sta insegnando il Pontificato di Francesco alla Chiesa ambrosiana? Come è cambiata - se è cambiata - la Chiesa di Milano negli ultimi quattro anni?
Mi sembra che la nostra, come del resto tutte le Chiese, stia imparando la decisione evangelica radicale di abolire ogni esclusione. Con i suoi gesti, prima ancora che con le sue parole, Francesco mostra che Cristo vuole incontrare tutti, nessuno escluso. In questo senso, il modo di vivere il Ministero petrino proprio del Papa sta aiutandoci a riscoprire le dimensioni veramente cattoliche, universali, della nostra fede e la capacità che il Vangelo possiede di parlare all’uomo di ogni condizione, di ogni cultura, di ogni luogo e di ogni tempo.

E lei? È cambiato anche il suo modo di essere pastore?
Per me il Papa è, come dicevo, una pro-vocazione quotidiana a riconoscere che non si può essere veramente pastori senza dare tutto, non risparmiandosi nulla, immedesimandosi, nonostante la nostra pochezza, con la dedizione totale di Cristo, Buon Pastore. E la strada per questa immedesimazione è una sola: riconoscersi e sentirsi per primi oggetto della Sua misericordia. «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica» ha scritto Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis. Nel Papa lo si vede bene. Nel nostro tempo la Provvidenza ci ha concesso di conoscere Papi che hanno vissuto veramente così, ognuno secondo il proprio temperamento: dalla paterna ed intelligente affabilità di Giovanni XXIII all’acuto e doloroso senso del mondo contemporaneo di Paolo VI, dall’indomito «non abbiate paura» di Giovanni Paolo II all’accurato insegnamento e al gesto profetico della rinuncia di Benedetto XVI, fino ad arrivare a papa Francesco. Tutti ci hanno mostrato cosa significhi essere testimoni della dedizione di Cristo fino alla fine.





















Milano, lei lo ricorda spesso, è Mediolanum, “terra di mezzo”, luogo di incontri e meticciato da sempre. Cosa vuol dire, vista da qui, l’insistenza del Papa sul dialogo e sulla cultura dell’incontro?
Mi preme sottolineare subito la pregnanza dell’espressione “cultura dell’incontro”. Non si può quindi ridurre il suo richiamo allo slancio di un sentimento buono di accoglienza, ma deve diventare modalità effettiva e quotidiana di giudizio e di decisione, cioè, uno stile del nostro essere uomini. È decisiva l’educazione alla «mentalità e ai sentimenti di Cristo». Credo che l’insistenza del Papa sulla “cultura dell’incontro” vada proprio in questo senso. Occorre una metanoia, per dirlo con san Paolo, una conversione del nostro modo di pensare e sentire nel modo di pensare e sentire di Cristo stesso.

Cosa vuol dire «pensare e sentire come Gesù»?
Non si tratta di mettersi a tavolino a spiegarlo! Per sapere cosa vuol dire “pensare e sentire come Gesù” occorre guardare a Gesù che pensa e sente, condividendo il quotidiano di noi uomini. Dove? Nella vita dei suoi amici, nei testimoni. Quando visito le parrocchie, le associazioni e le diverse opere della Chiesa, spesso mi commuove riconoscere nella vita della gente che incontro certi tratti che la mattina ho ascoltato nel Vangelo celebrando la Santa Messa. Il «Donna, non piangere» di Gesù lo vedo presente nel modo con cui molti abbracciano la sofferenza. «Neanch’io ti condanno, vai e non peccare più» detto alla peccatrice è il contenuto quotidiano del dialogo dei preti con chi ha bisogno di essere perdonato... E così via. Dal Vangelo alla vita dei testimoni e da questa al Vangelo: così si impara cosa vuol dire “pensare e sentire come Gesù”. A questo ho dedicato la mia lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo.

Altro tema caro al Papa: le periferie. Praticamente metà della visita sarà dedicata alle Case Bianche e al carcere di San Vittore. Perché?
L’attenzione del Santo Padre alle periferie è profondamente pedagogica. Privilegiando l’incontro con gli ultimi e con i più bisognosi, ci insegna il valore di ogni uomo. L’attenzione ai poveri fa brillare il “per tutti” del Vangelo. Il cristianesimo, come dicevamo prima, abolisce il principio di esclusione. Partire dalle periferie, inoltre, prima ancora che essere una scelta di campo sociologico, è la scelta di un punto di vista da cui guardare tutta la realtà. In fondo è quello che il Papa stesso ha ricordato nella Lettera che ha recentemente inviato a don Carrón: «Questa povertà è necessaria perché descrive ciò che abbiamo nel cuore veramente: il bisogno di Lui».

Quali sono le direzioni in cui la Chiesa di Milano e quella italiana possono essere “in uscita”?
Mi sembra che la chiave si trovi nell’assumere fino in fondo ciò che Francesco ha ripreso da Benedetto XVI e non si stanca di ripetere: il cristianesimo si comunica per attrazione, non per proselitismo. In come noi cristiani amiamo, lavoriamo, ci riposiamo, rispondiamo ai bisogni degli altri, viviamo la malattia e la morte, siamo disponibili ad incontrare tutti e a costruire con loro... affiora un’umanità nuova che può toccare i nostri fratelli uomini. Proprio per questo siamo chiamati ad “uscire”, a vivere il dono della fede davanti a tutti con tutti.























Quali sono i “muri” dentro la società italiana che andrebbero abbattuti? Quali i “ponti” da costruire? E dentro la Chiesa?
A mio avviso il muro fondamentale da abbattere è quello ideologico. Anche se siamo nel Terzo millennio e molto si dice e si scrive sulla postmodernità, sulla post-verità eccetera, nella vita sociale resta ancora una componente ideologica molto forte. Non secondo le vecchie etichette di destra o di sinistra, laicista o cattolica... La barriera ancora dura da abbattere è una concezione della verità che nulla ha a che fare con la libertà. Si trova qui la radice di ogni fondamentalismo, anche di quello le cui tracce possono essere rinvenute tra gli stessi cristiani. Abbattere i muri è la conseguenza naturale del riconoscimento che la verità non è anzitutto un insieme di dottrine e di norme, ma la Persona stessa di Gesù che illumina tutta la realtà e ci permette di abbracciarla fino in fondo.

Come filo conduttore di tutto il gran lavoro preparatorio in corso avete scelto il tema del popolo: perché lo considera così centrale?
L’insistenza sul popolo di Dio è molto presente nell’insegnamento del Papa. Quindi, la prima risposta è semplice: la consideriamo centrale proprio perché seguiamo il Papa. Poi il riferimento al popolo - che in papa Francesco nasce dalla sua esperienza argentina - incontra qui da noi la tradizione del cattolicesimo popolare lombardo: per noi dire Chiesa è dire popolo, popolo di Dio. È una dimensione della nostra fede che non si è smarrita, anche se ha certamente bisogno di maturare e diventare più consapevole ed operativa. Nella sottolineatura del tema del popolo c’è poi la risposta ad un preoccupante “segno dei tempi”. Una delle derive più pericolose della nostra cultura occidentale, lo ripeto sempre, è l’individualismo narcisistico. Invece ogni uomo è strutturalmente un io-in-relazione. Gesù, con la Croce e la Risurrezione, è venuto a svelarcene l’origine nell’Amore trinitario e a introdurci nell’esperienza della comunione con Dio e tra di noi. Siamo chiamati a riscoprire il gusto e la fecondità di questa appartenenza, per noi anzitutto e per tutti i nostri fratelli uomini.

Se dovesse dirlo in una frase, cosa ci sta indicando il Papa? Qual è la cifra del suo magistero?
Basta citare lo stesso Papa: Evangelii Gaudium e Misericordia et misera. La misericordia di Dio incontra la nostra miseria e la riscatta: ecco la gioia del Vangelo.

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