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Cosa resta del Concilio panortodosso

di Giovanna Parravicini

15/06/2016 - Il no di Mosca rischia di far saltare l'attesa riunione delle Chiese d'Oriente. Dopo mesi di serena preparazione rimangono il disorientamento e il dolore di molti fedeli, anche cattolici: si può ancora «testimoniare un'unità più forte delle divisioni»?

Dopo mesi di serena preparazione, alla vigilia della Pentecoste ortodossa, data fissata per lo svolgimento del Concilio panortodosso, sembra di assistere a un improvviso crollo delle speranze: a partire dal 1° giugno una dopo l’altra, quattro delle quattordici Chiese ortodosse locali che avrebbero dovuto parteciparvi si sono ritirate. Una di queste è la Chiesa ortodossa numericamente più importante del mondo, il Patriarcato di Mosca.

L’attesa testimonianza di unità del mondo ortodosso, della cui urgenza di fronte ai conflitti mondiali e in particolare alle persecuzioni dei cristiani si era tanto parlato in questi ultimi mesi, sembra essere stata fugata da un cumulo di carte bollate e di cavilli burocratici. Di questo desiderio di unità e di testimonianza restano solo amarezze e reciproci risentimenti?

Un breve riassunto dei fatti. La brusca virata si è registrata, a quanto sembra, alla fine di maggio. Il 1° giugno, il patriarca Kirill indirizzava una missiva al patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, indicando alcuni problemi nella disposizione gerarchica dei capi delegazione nella sala conciliare. Lo stesso giorno, quasi a un segnale, il Sinodo della Chiesa bulgara decideva di non partecipare al Concilio avanzando delle contestazioni sull’agenda dei lavori e sul regolamento. Il 6 giugno ha annunciato il ritiro dal Concilio anche il sinodo della Chiesa di Antiochia, a causa di un conflitto con il patriarcato di Gerusalemme che avrebbe invaso il suo «territorio canonico» nel Qatar. Il 9 giugno si è ritirata la Chiesa ortodossa serba, esponendo alcuni dubbi sui documenti preconciliari e accennando ai rapporti tesi con la Chiesa rumena.

In questa situazione, il Patriarcato di Mosca ha consigliato, per uscire dall’impasse, di riunire in extremis un’assemblea preconciliare allo scopo di correggere i documenti del Concilio secondo i suggerimenti proposti negli ultimi giorni, ma Costantinopoli ha risposto negativamente, perché i documenti erano stati già esaminati e votati a Chambésy e, quindi, ogni discussione andava rimandata al momento stesso del Concilio. A questo punto, il Sinodo della Chiesa russa riunitosi in seduta straordinaria il 13 giugno ha deciso di revocare la propria partecipazione, chiedendo che il Concilio panortodosso sia rinviato a data da destinarsi per lasciar spazio a un più approfondito esame dei documenti.

Difficile capire che cosa sia successo in realtà in questi ultimi giorni, che motivi ci siano dietro questo «gioco delle parti» sviluppatosi all’improvviso. Vari osservatori parlano della rivalità fra Mosca e Costantinopoli, alcuni mettono il dito sulla «piaga ucraina» sempre più dolente per Mosca, e sulle speranze riposte da quest’ultima in una dichiarazione sulla necessità di difendere e sostenere, da parte di tutte le Chiese ortodosse, l’«ortodossia canonica» in Ucraina dagli «scismatici», contro i quali il patriarca Kirill non perde occasione di tuonare. Il Patriarcato di Mosca –per il quale lo scisma in Ucraina sta diventando sempre più problematico– avrebbe sperato molto nell’appoggio dell’ortodossia mondiale. Che però non è venuto. Di qui la decisione, presa –si vocifera– con il consenso delle più alte autorità governative del paese, di revocare la propria partecipazione.

Lasciando queste ipotesi ai politologi, resta il disorientamento e il dolore di moltissimi fedeli russi, ortodossi ma anche cattolici, che nei giorni scorsi –a livello di singoli, di comunità e parrocchie– hanno pregato intensamente per il buon esito del Concilio. Molti hanno preso sul serio l’urgenza espressa dallo stesso patriarca in occasione dell’incontro di Cuba, di testimoniare a un mondo in fiamme un’unità più forte delle divisioni di questo mondo; dopo Cuba, sembrava che l’occasione della Pentecoste vissuta insieme da tutto il mondo ortodosso a Creta fosse un nuovo provvidenziale passo verso l’unità.

Il primo risultato degli ultimi avvenimenti, evidente qui in Russia dalle reazioni dei media ma anche dai discorsi tra la gente, nell’opinione pubblica più vasta, è al contrario un discredito gettato sulla Chiesa; che non si limita alla Chiesa ortodossa, ma si allarga al cristianesimo come tale. Negli ambienti ortodossi si assiste a una sorta di «vittoria» di quegli stessi gruppi di fondamentalisti che accusavano il Patriarca di eresia per aver accettato l’incontro con il Papa. Nei numerosi appelli e documenti diffusi in questi mesi contro il Patriarca, anche il Concilio panortodosso era guardato come un «attentato alla purezza dell’ortodossia»: non è un caso che il Patriarcato di Mosca, in data 15 aprile, avesse emanato due comunicati paralleli di chiarimento sull’incontro di Cuba e sull’appuntamento di Creta, volti a motivarne il valore positivo. Ora, tali gruppi estremisti sembrano aver avuto la meglio, e questo fatto non potrà non avere risvolti antiecumenici a livello di mentalità generale, nonostante il tono blando e possibilista assunto dalla gerarchia della Chiesa ortodossa russa rispetto al futuro svolgimento del Concilio. È tristemente paradossale vedere come alcuni ambienti ortodossi particolarmente «zelanti» si rallegrino della mancata partecipazione di Mosca al Concilio, che avrà comunque luogo fra qualche giorno, come di un pericolo scampato.

D’altra parte, parlando con alcuni sacerdoti e laici ortodossi, si nota come questo difficile momento sia anche una preziosa occasione di «personalizzazione», di presa di coscienza della vera essenza dell’ortodossia, del cristianesimo, e come, forse per la prima volta, si percepisca tanto acutamente il rischio dell’autoreferenzialità e quindi l’esigenza del suo superamento. È come se il drammatico svolgersi degli avvenimenti chiamasse ciascun fedele ad avere come orizzonte l’intera Chiesa universale, e a non demandare a coloro che saranno a Creta la «supplica ardente» (come dice la liturgia orientale) per l’unità di tutti. Diventa trasparente in questi frangenti la sfida lanciata da papa Francesco nell’anno della misericordia, il suo invito a guardare al nostro peccato come al luogo dell’incontro con Dio, affinché comprendiamo che il miracolo della Pentecoste va atteso e implorato giorno e notte, da ciascuno di noi, anche per coloro che sembrano essersene dimenticati.

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