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BRASILE

Chi è saldo vive per qualcosa

di Alda Casagranda Merlo

14/02/2017 - "A beleza desarmada" a Florianópolis, nell'estremo Sud del Paese. Davanti a 47 persone, «un record per la nostra piccola comunità», sul palco c'erano Marco Montrasi, responsabile di CL, e Leila Pivatto, presidente delle Apac nella regione

A Florianópolis, nei mesi scorsi, abbiamo preparato l’incontro di presentazione de A beleza desarmada di Julián Carrón, che si è svolto venerdì 3 febbraio. È stata un’iniziativa di Pedro, un amico che è arrivato dal Portogallo tre anni fa, ma che a me sembrava di conoscere da sempre (anche se non è così!). Pedro ha cominciato a muoversi con discrezione. Ha scelto una delle sale più belle dell’università, che io neanche avrei immaginato; ha trovato un giorno libero nell’agenda di Marco Montrasi (detto Bracco), il responsabile di CL in Brasile, e ha individuato alcuni amici che potessero aiutarlo. Lo ha fatto con un criterio nuovo, che non era il mio. Ha saputo chiedere aiuto laddove gli occorreva, con intelligenza. Alla fine, tirando le somme del lavoro, è arrivato a dire: «Dobbiamo avere fiducia». Insieme a lui ci siamo occupati dei particolari dell’evento, desiderando che «la forma coincidesse con il contenuto». Volevamo fare qualcosa di bello, di ben curato, e nello stesso tempo un gesto semplice e facile da riconoscere, che fosse espressione del nostro volto, del volto di CL. All’entrata dell’auditorium abbiamo esposto la mostra “Dalla mia vita alla vostra”, sulla vita di don Giussani.

In una delle riunioni di preparazione avevamo pensato di invitare, come relatrice insieme a Bracco, Leila Pivatto, presidente dell’Apac di Santa Catarina (Associazione di protezione e assistenza ai condannati, che gestisce le carceri senza carcerieri, ndr). Siamo quindi andati a trovarla, e lei ci ha raccontato di quello che stava scoprendo nel libro. All’incontro ha parlato in maniera molto bella della sua esperienza, colpendo tutti e suscitando grande curiosità: «Ma lei come fa?», «Che cos’è un’Apac?», molte sono state le domande del pubblico.





















Dopo di lei ha preso la parola Bracco, che ha iniziato dal contesto storico, offrendoci una chiave di lettura, soffermandosi sul cambiamento di epoca e sul perché tutti i settori della società vivono una crisi, sul perché dei molti conflitti in tutti gli ambiti (culturale, economico, nelle relazioni, in famiglia, a scuola, sui valori…). Ha parlato della perdita del legame con l’origine e di come al giorno d’oggi non si convincono le persone con un discorso. Noi stessi siamo così. Chi è saldo vive per qualcosa. Siamo pieni di discorsi, e siamo ben attrezzati per rispondere a chi ci sfida, discutiamo, ma non arriviamo da nessuna parte. C’è bisogno di una speranza, di un avvenimento, di un’esperienza.

Durante l’incontro siamo stati testimoni di una bellezza, una bellezza disarmata sì, una bellezza che conquista, che porta a sperimentare che «dall’amore nessuno fugge». Uscendo, una persona ha detto: «Ho trovato risposte a molte domande che avevo». Il funzionario che si occupava dell’auditorium ci ha raccontato di appartenere a un’altra religione, ma che si era identificato con quello che vedeva: commosso, ha commosso anche noi. È stato come veder nascere un’amicizia.





















C’era anche un vecchio amico, che era con noi trent’anni fa, all’inizio del movimento qui, e sua moglie ha detto: «Perché non restiamo sempre con loro? Avremmo evitato tante cose», e poi ha continuato: «Dove vi trovate?». E la mamma di Jaqueline (una ragazza che è venuta con l’amico di un amico di un amico…), dopo la presentazione, ha alzato la mano per parlare e ci ha raccontato la sua storia. Lei è architetto: una volta, agli inizi del lavoro in un’impresa edile, è stata chiamata in una prigione con un gruppo di ingegneri. Tutti si erano rifiutati di andare, solo lei aveva accettato e si era trovata a dover convincere le persone dell’impresa ad andare in carcere. Ha paragonato la sua storia con quello che stava vedendo, soprattutto con ciò che la spingeva a non desistere, a continuare, a non avere paura, a fare del bene ai detenuti.

Sono state molte le domande quella sera. C’erano quarantasette persone, un record per la nostra piccola comunità. Alla fine, l’invito a bere un caffè e la visita alla mostra. Le persone continuavano a chiacchierare tra loro, e poi si è proseguito in pizzeria… Stiamo ancora scoprendo cosa può nascere da questo incontro.

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