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LETTERA DAL BURUNDI

I miei presepi in mezzo all'Africa

25/01/2017 - Il battesimo di una bambina vissuta pochi minuti. La tenerezza di una madre in travaglio e i canti della Vigilia. Questo il Natale di Maria Chiara. Un racconto arrivato solo ora, ma che mostra come l'attesa di Lui può essere tutti i giorni

Vi scrivo oggi dopo essere tornata a casa alle cinque per pranzare, perché oggi è successo un piccolo miracolo. Niente di veramente “miracoloso”, ma che ci ha lasciati tutti a bocca aperta. Una donna incinta a cui era stata diagnosticata la morte del feto in utero ha partorito un bambino vivo! Ho proposto alla mamma di chiamarlo Miracolo, l’infermiera ha iniziato a gridare quando è nato ed era senza parole. Così, prendo spunto da questo piccolo miracolo per raccontarvi del mio Natale, in particolare del mio piccolo presepe burundese, non tanto quello con le statuine (che pure ho fatto, grazie al “prestito” di mamma Chiara), ma quello fatto di carne. Insomma, come anche qui in Burundi Gesù è venuto e ha preso parte della mia storia.

Comincio proprio da Lui, dal bambin Gesù. Quanti bambin Gesù ho la fortuna di poter vedere quando vengono al mondo, il mio lavoro è davvero il più bello di tutti (Israël mi prende sempre in giro quando dico così, perché sostiene che lui l’ostetrica non la potrebbe mai fare), ed è vero, come dice il poeta indiano Tagore, che «ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini», soprattutto qui, dove sono gli uomini ad essere stanchi degli altri uomini. In particolare, un bambin Gesù è rimasto impresso nella mia mente: mamma di 17 anni, parto prematuro, nasce una femmina di 1,3 chili. Alla nascita non respira, la rianimiamo e in fretta la portiamo in neonatologia dove, grazie al cielo, arriva anche Israël. Rianimiamo insieme la neonata per mezz’ora, dopo un po’ Israël mi guarda e mi dice: «Vado a prenderti l’acqua per darle il Battesimo». Così, con le lacrime agli occhi, la battezzo e decidiamo di lasciarla morire in pace. Resto con lei accarezzandola fino a quando non muore, Israël mi porta una sedia «Io non posso stare qui con te, ma capisco. Siediti almeno un po’». Mentre la guardo prego per lei penso: «Povero bambin Gesù, nello stesso giorno Natale e Pasqua». Mi vengono in mente le icone in cui Gesù bambino è raffigurato con le braccia aperte e penso che è lo stesso.

Accanto a questi bambini non possono mancare le mamme. Le mie mamme sono la cosa più bella che ci sia in Burundi e guardare loro è, ogni volta, contemplare il viso di Maria. Mi colpisce molto la loro forza, ma allo stesso tempo la loro dolcezza quando vedono per la prima volta il loro bambino. Uno spettacolo a cui tutti nella vita dovrebbero assistere. Un giorno, stavo seguendo una mamma in un travaglio lungo e impegnativo. Con la sala parto piena, non potevo avere nessuno al mio fianco per la traduzione. Quindi provo a cimentarmi con gesti e sguardi, sperando che la mamma mi capisca. Ad un certo punto, durante una contrazione, la mamma vede che ho dei capelli davanti alla faccia. Noncurante del dolore della contrazione mi sorride e sposta i capelli dal mio viso, come a dire: «Magari ti danno fastidio». Pensate che tenerezza. E la mia commozione. Oppure, la mamma che ho aiutato mi ringrazia e mi dice: «Grazie della pazienza, mi dispiace che per assistere me farai un po’ tardi a mangiare». Le mie povere mamme, che spesso sono lasciate un po’ abbandonate a causa del troppo lavoro dalle infermiere che, come i locandieri ai tempi di Gesù, dicono alle madri: «Non c’è più posto».

E accanto a Maria, Giuseppe. Non sono tanti i mariti che mi capita di incontrare, perché vengono tenuti fuori o si tengono ben lontani. Ho incontrato però uno dei pochi padri che è stato ammesso in sala parto; sua moglie, all’undicesima gravidanza, aveva perso, a causa del diabete non diagnosticato, il bambino che portava in grembo. Il suo è stato il primo parto che ho assistito: bruttissimo, a causa di gravi complicanze ostetriche, e io non riuscivo più a guardare la donna in faccia, perché per me quel parto era stato un totale fallimento. Ma per lei e per suo marito era stato tutto il contrario! Hanno ringraziato moltissimo sia me che Noëlla, l’ostetrica burundese che ha studiato in Italia con cui lavoro e vivo. Ci hanno invitato a casa loro e, addirittura, il papà ha detto: «Io voglio imparare a stare accanto alle persone nella maniera in cui voi siete state accanto a mia moglie». Un grande regalo! L’altro Giuseppe invece è il piccolo Joseph, figlio della dottoressa Sandrine, medico dell’ospedale, che ci ha chiesto di seguirla durante il travaglio. È stato lungo e ci sono stati momenti in cui mi sono sentita inutile (anche lì mamma Chiara è stata provvidenziale ricordandomi quello che Pier mi ha detto: «Sei lì a dare la vita»), ma alle undici Joseph è nato. La cosa più bella è stato il messaggio di un medico che lavorava in sala parto: «Il modo in cui seguite le donne è incredibile, continuate così».

Per gli angeli invece mi è bastata la messa della vigilia di Natale: cattedrale strapiena, ogni canto una festa. I bambini e le bambine ballano davanti all’altare con i vestiti tradizionali: è la danza che veniva fatta per il re, oggi è fatta per il Re dei re. Ho proprio pensato: «Gli angeli dovevano essere così». E quando hanno iniziato a cantare Gloria in excelsis Deo, mi sono commossa: è proprio vero che la Chiesa è Una.

Nei pastori mi ci ritrovo: viene trasferita da un altro ospedale una donna in fin di vita, a causa di emorragia post-operatoria dopo l'asportazione di una cisti ovarica. La accolgo insieme ad un'infermiera musulmana con cui c'è un rapporto di stima reciproco, un aiuto a non soccombere davanti alla drammaticità della vita che qui è evidente. Insieme cerchiamo una vena per poterla trasfondere, io sul piede destro e lei sul piede sinistro. Mentre siamo lì, in ginocchio, una di fianco all'altra, le chiedo: «Se non troviamo la vena, questa donna muore?» Lei mi guarda negli occhi: «Si». Subito in me è nato il grido disperato: «Signore, fatti vedere. RendiTi presente! Come i pastori, una volta ricevuto l’annuncio l’unica cosa che desideravano era quella di poter vedere Gesù». E mentre continuavo a cercare la vena Lo attendevo, attendevo che si manifestasse per salvare la donna, perché io mi sentivo completamente impotente, incapace. Per caso, passa in sala parto un'infermiera di un altro reparto ed inizia anche lei a cercare. E ad un certo punto trova la vena. Si può iniziare la trasfusione. C'è una possibilità. L'infermiera musulmana accanto a me scatta in piedi e urla: «Dio sia ringraziato» E l'ho pensato anche io, perché era evidente la Grazia che ci era stata fatta. Non era dipeso assolutamente dalle nostre capacità.

In questa circostanza mi è stato chiaro cosa vuol dire Avvento, cosa vuol dire che il cuore dell'uomo attende la salvezza. Io e un'infermiera musulmana burundese eravamo lì, in ginocchio davanti a questa donna in fin di vita, e tutte e due eravamo tese ad attendere, il nostro cuore attendeva la stessa cosa. Nel momento in cui Dio si è manifestato, è stato impossibile non riconoscerLo. È stato impossibile non dire: «Grazie a Dio». E per me è stato chiaro: poteva mandare una sacca di sangue dal cielo, invece è passato attraverso quell'infermiera, con quella faccia, che passava di lì per caso. Ha salvato la donna, ma ha salvato anche me che, presa da mille cose, avevo il cuore assopito. Questo metodo di Dio davvero lo sperimento ogni giorno, perché la vita qui, quotidianamente, mi fa chiedere che Lui si manifesti, che si renda evidente in tutto il dramma umano. Che ogni giorno sia Avvento e Natale!

Maria Chiara, Ngozi (Burundi).

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