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LETTERA

Grazie, perché siete parte della mia vita

10/11/2015 - Sergey, 17 anni, ucraino di Kar’kov, scrive ai suoi amici dopo la Giornata di inizio in Ucraina. Una consapevolezza nuova della propria appartenenza al movimento. «Fino ieri io sentivo che nella comunità io ero superfluo, oggi invece...»

Di fatto è già da un bel po’ di tempo che penso a cosa ci faccio io tra voi, a come sono finito in questa comunità e a che cosa mi aspetto da tutto questo che sta accadendo. E anche questa volta, fin proprio all’ultimo giorno della nostra tre-giorni d’inizio anno a Kar’kov, io ho continuato a sentire che, come prima, nella comunità, tra voi, io ero superfluo.
La mia vita – come la vita di chiunque, credo – è fatta di ascese e di cadute, ma a me sembra che siano proprio le cadute a occupare la maggior parte del mio tempo perché, di fatto, anche nei periodi in cui cammino io passo il tempo a cercare di capire quali siano le cause delle mie cadute.
Ho deciso di scrivere questa lettera perché adesso penso di poterlo fare; voglio semplicemente rispondere ad alcune domande a cui penso da tanto tempo. Sono domande che ho ancora e che non mi lasciano tranquillo neanche adesso.

Perché sono qui? Come ci sono arrivato? Si potrebbe rispondere che io mi trovo in mezzo a voi semplicemente perché sono il figlio di Filonenko… Ma a me sembra che non sia proprio così. Cioè: io non ritengo di essere entrato nella comunità per questo, ma per il fatto che io ho avuto la possibilità di esserci, di essere presente nel momento in cui la comunità si formava o meglio durante tutto il tempo in cui cresceva. È in questo senso che dico che per me la ragione della mia presenza nella comunità non coincide solo con la mia famiglia: io penso di essere qua ora perché sono stato con voi fin dall’inizio della nostra amicizia. Diciamo che per me c’è stata come un’adozione inconsapevole, un mio graduale accogliere la comunità: io piano piano ho accettato quell’amicizia che vedevo crescere tra le persone introno a me. Ed è stato un mio graduale decidere di lasciare entrare la comunità come parte proprio della mia vita.
Ma questa volta c’è qualcosa di “strano”, di “diverso” dal solito. Che cosa? Già il fatto che io stia scrivendo questa lettera dice proprio che mi è accaduto qualcosa di “strano” perché, come ho detto prima, io proprio fino alla fine della tre-giorni (cioè fino a quando non ho riaccompagnato alla stazione l’ultimo gruppo di ospiti) la certezza che la mia presenza nella comunità fosse importante non ce l’avevo affatto.

Mi sono reso conto di cosa ci fosse in ballo per me solo man mano che i giorni passavano e alla fine sono arrivato a capire che il senso di lontananza che provavo dipendeva davvero dal mio stare lontano dagli altri, ma era stato proprio quello a farmi sentire che avevo a che fare con una presenza vera. Cioè: io anche prima partecipavo agli incontri e parlavo con le persone ma in realtà saltavo la maggior parte dei momenti più importanti e per questo in me alla fine si generava l’impressione di una pienezza solo effimera, falsa.
Questa volta invece (e mi è accaduto grazie a Luigi, a dire il vero, anche se lui non lo sa) ho fatto un cammino completamente diverso: sono stato con voi per tutti e tre i giorni, mi sono staccato solo una volta per 60 minuti, per passare da casa. Ed è stato proprio questo a permettermi di sentire tutto quello che stava accadendo tra noi: ho sentito l’amicizia, così come l’avevo sentita al Meeting di quest’anno, solo che lì ne avevo fatto esperienza lavorando al ristorante mentre ora ne ho fatto esperienza qui tra noi.
Che cosa mi aspetto da tutto quello che sta succedendo?

Come ho scritto prima, nella mia vita ci sono soprattutto periodi di cadute e a me sembra che questo dipenda dal fatto che tra le persone con cui sto, con cui studio ogni giorno, non riesco a trovare nessuno con cui sia possibile vivere un’amicizia come quella che ho con voi, nessuno con cui possiamo essere amici così. Per me i momenti dei nostri incontri sono un tempo in cui io smetto di pensare a cosa c’è che non va in me o negli altri per prendere parte, semplicemente, all’avvenimento che ci accade. E così inizio a viverne: quando ascolto le testimonianze e gli interventi degli altri scopro e riconosco questioni e problemi di cui faccio esperienza anch’io nella mia vita normale di tutti i giorni, quando non siamo insieme. E per questo poi io provo a trovare il modo di ricreare intorno a me lo spirito della nostra comunità, dei nostri incontri, nella mia vita quotidiana.

Se qualcuno mi chiede: «Tu nella tua vita sei felice?», io rispondo di sì (una volta mi è successo che uno me l’ha chiesto in un sottopassaggio cercando di vendermi un libro sul karma…). Ed è vero che è così, perché quando qualcuno me lo chiede in faccia io mi rendo conto di essere felice davvero, di essere contento della mia vita. Ma, purtroppo, mi capita anche abbastanza spesso che questa consapevolezza della felicità si riduca solo come a uno sfondo, tanto che a volte non riesco più a vedere la bellezza intorno a me.
Ecco perché i nostri incontri sono anche, in un certo senso, un tentativo che faccio di conquistare per me quella condizione di felicità dell’anima che provo lì con voi: il mio tentativo è quello di rendere mia la felicità che esiste tra noi, di poterla vivere nella vita quotidiana quando ognuno di noi fa quello che deve fare.
Questa volta io sono felice davvero, non mi resta che provare a custodire questa felicità il più a lungo possibile.
Vi ringrazio tantissimo: grazie perché siete parte della mia vita.

Sergey, Kar’kov

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