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Un dialogo vero

L’ultimo a scriverlo è stato El País, giornale principe della stampa spagnola. Un editoriale importante, dal titolo che dice molto (“La conversación que necesitamos”), uscito appena prima che l’astensione responsabile del Psoe sul tentativo di Governo centrista targato Mariano Rajoy evitasse in extremis le terze elezioni in un anno, sbloccando uno stallo iniziato a dicembre 2015. Trecento giorni di intese mancate, di veti incrociati, di delegittimazioni reciproche incuranti della necessità del Paese di avere una guida e così pesanti da far scrivere al quotidiano spagnolo, appunto, che è ora di cambiare. «Di fronte alla polarizzazione e agli odi incrociati, vogliamo rivendicare la ricostruzione di uno spazio comune per il pragmatismo e le riforme, un luogo dove ci si scambino ragioni, idee e soluzioni che aiutino a trovare la via di uscita», annotava El País: «Le soluzioni ai problemi sono complesse, richiederanno tentativi ed errori, e non saranno mai soddisfacenti al cento per cento. Però esistono. Abbiamo solo bisogno di cercarle. E per questo bisogna cambiare la conversazione». Riaprire un dialogo reale, insomma.
Sono parole scritte a Madrid, ma assomigliano molto a richiami che si ascoltano negli Stati Uniti spaccati dalla campagna elettorale più cattiva di sempre, nella Gran Bretagna divisa sulla Brexit, nell’Europa travagliata da paure ed egoismi. Quelli che qualche giorno fa hanno fatto dire a Dimitris Avramopoulos, commissario Ue per la Migrazione, affari interni e cittadinanza, che «la crisi in cui ci troviamo sta rimettendo in discussione i fondamentali su cui abbiamo costruito le nostre democrazie: i nostri valori di apertura e uguaglianza, le nostre libertà fondamentali e, cosa ancora più importante, ciò che ci unisce e che ci tiene insieme». Ormai è questa la questione. Anche nella polis, fattori che prima davamo per scontati non lo sono più. Bisogna tornare ai fondamenti, ovunque.

È in questo quadro globale che l’Italia va al voto il 4 dicembre. Sulle schede, un «sì» o un «no» alla riforma costituzionale voluta dal Governo Renzi. Ma di fatto anche da noi c’è in ballo molto di più, da subito. «È in gioco la nostra convivenza civile», titolava qualche giorno fa un altro editoriale, stavolta del Corriere della Sera. La possibilità di tornare a quei fondamenti. Di superare «la logica dello schieramento a priori che impedisce un reale confronto con l’altro e le sue ragioni» per «recuperare il senso del vivere insieme», come dice il documento di CL uscito in queste settimane (lo trovate all’interno). Perché se è vero che «l’altro è un bene», il voto - e queste settimane di lavoro per informarsi, discutere, capire - possono essere anzitutto «un’occasione per ciascuno di scoprire la bellezza e la convenienza dell’aprirsi all’altro, in un dialogo vero, senza preventivi arroccamenti e partiti presi, collaborando con chiunque si adoperi nella ricerca di un meglio per tutti».

Non è semplicemente un richiamo morale, un’indicazione ideale rispetto al merito del referendum, alla necessità di un cambiamento nelle istituzioni, alla funzionalità o meno del nuovo Senato, ai problemi che aprirebbe la riforma del rapporto Stato-Regioni e a tutti gli snodi controversi di cui si sta discutendo in questi giorni (e di cui trovate conto anche in questo Tracce). È, appunto, l’urgenza vera, e concretissima. In Italia e nel mondo. Perché rimette a fuoco il lavoro che serve a ognuno per decidere cosa votare. Ma anche perché qualunque sia il risultato del voto, il giorno dopo toccherà affrontare gli stessi problemi: la crisi, la guerra, gli immigrati, i buchi della democrazia... Toccherà vivere, cercando il bene di tutti. E si può fare solo insieme.

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