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Là dove siamo

Come facciamo esperienza della misericordia? Soprattutto, «quando abbiamo scoperto di averne bisogno per vivere»? È la domanda che le comunità di CL si sono date come tema delle vacanze estive. Ed è una domanda urgente, alla fine di un anno così intenso, segnato da drammi e tensioni (gli attentati di Parigi, Bruxelles e - ora - Istanbul, l’ondata di profughi, i tanti passaggi elettorali travagliati, la crisi che si fa più acuta dopo il referendum sulla Brexit...), e al tempo stesso straordinario, proprio perché il Papa ha voluto imprimergli il sigillo dell’unico fatto che può abbracciare tutto questo travaglio: la misericordia, appunto. Un fatto capace di giudicare tutto, di riempire ogni circostanza, di medicare la nostra umanità ferita donandole «non un cuore rattoppato ma un cuore nuovo, ri-creato», come ha detto di recente il Papa ai sacerdoti: rigenerato da una «seconda creazione ancora più meravigliosa della prima». Francesco ce lo richiama di continuo, in mille modi: la misericordia ricrea. Ovvero, fa nascere qualcosa di nuovo. Cambia. Ma come e quando?
Rispondere è decisivo. Meglio, accorgersi è decisivo. Perché c’è una sola strada per rispondere a una domanda così senza disperdersi in discorsi generici e astratti: l’esperienza. Accorgerci, sorprenderci nei momenti in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno della misericordia per vivere. E non solo in circostanze straordinarie: nel quotidiano, nella vita normale. Quella che si vive tutti i giorni: la casa, il lavoro, lo studio, gli affetti... È lì che siamo, non altrove. È lì che abbiamo bisogno. O la novità emerge lì, o - semplicemente - non c’è.

In una di queste vacanze, di fronte a una serie di fatti molto “quotidiani” raccontati da chi c’era (l’arrabbiatura con un amico che diventa «occasione per capire di più me stesso», la crisi di un matrimonio in cui si scorge «la possibilità che Dio mi chieda tutto», un intoppo sul lavoro che ti cambia la prospettiva, per cui «alle mie figlie magari non lascerò dei soldi, ma lascio quello che conta nella vita», e altre cose simili), don Julián Carrón, la guida di CL, osservava: «La differenza che introduce un Altro come aiuto è guardare alla realtà in modo vero, fino in fondo. Non è che la guardo come voglio, e poi uno ha per me la misericordia solo di aiutarmi a viverla. Il cristianesimo introduce uno sguardo diverso». E ancora: «Non si tratta di continuare a vedere la realtà come tutti e poi subirla, ma di un cambiamento di giudizio: è questo che Cristo ha introdotto». È così che agisce la misericordia.

È il «cuore nuovo, ri-creato» di cui parla il Papa. Non un “supplemento di bontà”, o una capacità maggiore di sopportare: uno sguardo diverso, un cambiamento di giudizio. Quello che inizia a farci scorgere nel rapporto con l’altro (qualsiasi altro: l’immigrato e il collega d’ufficio, l’amico e lo sconosciuto) l’aspetto più vero e, insieme, troppe volte dimenticato: quel rapporto serve a me, a capire me stesso, a far crescere la mia umanità. «Tu sei un bene per me», dice il titolo del prossimo Meeting: e lo si vedrà bene a Rimini. Ma lo si vede anche nella storia di carità del parroco che accoglie i profughi sulle colline liguri, o nella fioritura di una vita straordinaria nella sua quotidianità, come quella che emerge dagli scritti lasciati da un giovane seminarista di Barcellona scomparso troppo presto. O nella vicenda, resa eterna dalla letteratura, di Jean Valjean e de I Miserabili. E in tante altre pagine che trovate in questo numero, a cominciare da quelle dedicate a Madre Teresa di Calcutta.
Ve le proponiamo anzitutto come aiuto a rileggere l’anno trascorso, a sorprendere le tracce di questo sguardo diverso in noi, se e quando ci è accaduto. Ma anche come strumento in vista delle prossime settimane. Perché il “tempo libero” dell’estate possa essere «una bellissima occasione per sorprendere episodi di questo tipo», augurava di recente lo stesso Carrón, e per «verificare ancora di più se il metodo di Dio veramente funziona», là dove siamo. Nella vita di ogni giorno.

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