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Senza cercare altro

Se c’è una parola che fa emergere di colpo contraddizioni e polemiche, oggi, è “Europa”. Non solo perché l’Unione è diventata un groviglio di guai sempre meno facili da sbrogliare (l’ondata di migranti e i muri al Brennero, il rischio-Brexit e la debolezza economica...), ma proprio per un senso di delusione, un malessere di fondo che a volte sfocia in crisi di rigetto: si è passati da un progetto comune che evocava pace, solidarietà, benessere - un sogno europeo in qualche modo parallelo all’american dream - alla sensazione di avere a che fare con una realtà al tempo stesso lontana dai bisogni delle persone, invadente nelle vite quotidiane e incapace di risolvere i problemi. Il risultato è che basta quel nome, “Europa”, per evocare reazioni di vario grado (da «oddìo, ancora?» a «per favore, chiudiamola qui»), ma quasi mai positive. Sarà successo anche a qualcuno di voi, vedendo questa copertina.

Invece, proprio quelle contraddizioni possono diventare una buona occasione per imparare. E per capire. Anzitutto, perché una condizione storica data per acquisita, quasi scontata - non si erano mai viste tre generazioni crescere senza guerre, in Europa -, rischia di sgretolarsi in poco tempo. E poi se - e come - si possa ripartire, se sia possibile sperare in «un nuovo inizio», come si domanda Julián Carrón nel capitolo che apre La bellezza disarmata. E se sia possibile ora, perché non bastano una storia gloriosa e un punto di partenza ben piantato in valori solidi come quelli dei Padri fondatori: occorre ora «una rinascita», qualcosa in grado di «ridare acqua pura alle radici dell’Europa». Proprio come suggerisce papa Francesco, nel discorso fatto qualche settimana fa davanti ai vertici dell’Unione che gli consegnavano il Premio Carlo Magno, e che alleghiamo a questo Tracce.

È un testo molto ricco e diretto. Pone domande nette («che cosa ti è successo, Europa?»); non fa sconti sui limiti di una «famiglia di popoli» diventata «nonna» (la «rassegnazione», la «stanchezza», la «perdita di capacità generatrice»); individua tre strade da imboccare in fretta («integrare, dialogare e generare»). E al termine di questo percorso, critico e costruttivo insieme, indica il contributo che può dare la Chiesa alla rinascita. Il suo compito, osserva il Pontefice, «coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro». La ferita dell’uomo, la misericordia di Cristo. E il metodo di Dio, che passa attraverso «uomini e donne toccati da Lui». Nient’altro.

Basta poco per rendersi conto che sono parole capaci di andare molto oltre i confini d’Europa. Di fatto, sono la chiave di lettura di tutto questo Tracce, la domanda che attraversa i temi trattati in queste pagine: dalla politica alla famiglia, dall’Africa al Brasile... Fino al libretto che trovate in omaggio, con il testo degli ultimi Esercizi spirituali della Fraternità di CL. Perché anche lì, a Rimini, in fondo emergevano quei tratti: la nostra ferita, la misericordia di Cristo, il metodo di Dio. Serve altro, per vivere?

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