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Una risposta all’altezza della domanda

C'è una fetta di mondo a cui guardiamo poco e a sprazzi. Lo facciamo in occasioni particolari, come quando le piazze del Brasile si affollano per le manifestazioni pro e contro Lula. O a Cuba arriva Barack Obama, per un viaggio a suo modo storico come quello di fine marzo. Oppure, ancora, durante i pellegrinaggi di papa Francesco, imponenti e capaci di spiazzare, sempre (è successo anche a febbraio, in Messico). Ma in genere resta lì, lontana, dall’altra parte dell’Oceano, pressoché invisibile alla nostra attenzione.
Eppure l’America Latina è un universo vicino a noi, per cultura e tradizioni. Ha una storia figlia della nostra, è parte integrante di quell’Occidente - categoria ampia e forse un po’ stanca, ma ancora utile a capirsi - a cui apparteniamo. Ed è il continente che ci ha regalato proprio questo Papa, che «i fratelli cardinali», come disse lui stesso subito dopo l’elezione, tre anni fa, «sono andati a prendere alla fine del mondo».

Anche per questo abbiamo deciso di andare a vedere che cosa vuol dire vivere la fede lì, in quel mondo. Che differenza può fare il cristianesimo, che aiuto può dare alla vita in un contesto difficile, duro, forse più di tanti altri. Un contesto che non è solo ricco di preoccupazioni, della paura di perdere una tranquillità che ormai vacilla sotto i piedi, come accade in altre parti del “nostro” Occidente, ma pieno di ferite, di dolori, di drammi - come potete leggere nelle prossime pagine. Un contesto dove la “tranquillità” non c’è mai, o quasi. Non è prevista. Che si tratti della violenza quotidiana di certe zone del Messico, della povertà incombente che asfissia il Venezuela, della miseria delle favelas brasiliane o delle villas di Buenos Aires, la vita incalza e sfida, sempre.
Allora, cosa possiamo imparare guardando a quel mondo? Cosa possiamo scoprire del Papa, della fede e di noi stessi?
È una questione urgente, perché non c’è fatto più decisivo per la vita che trovare qualcosa - qualcuno - in grado di abbracciarla tutta, in tutto il suo dramma. Ma è ancora più urgente ora, visti i tempi che corrono.

Poco prima di mandare in stampa questo Tracce, abbiamo assistito al dramma di Bruxelles. Ancora terrore, ancora sangue. Nel cuore dell’Europa e in mezzo alla Settimana Santa. In una lettera al Corriere della Sera (la trovate a pagina 10), Julián Carrón, guida di CL, ha posto una domanda che avvertiamo tutti: «Come potremmo guardare questi fatti, da uomini, senza soccombere allo smarrimento o alla rabbia? Solo se non blocchiamo tutta l’urgenza di un significato, di un perché (...). Più lacerante è il dolore, più sconfinata è la domanda che ci sentiamo addosso». Indicando un punto a cui guardare: la Pasqua, ovvero la misericordia di Dio. Lì «Cristo si offre come risposta all’altezza della domanda sconfinata di un perché e nello stesso tempo ci comunica quella energia senza la quale non possiamo riprenderci». È questo che possiamo imparare. Guardando chi già vive di questo.

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