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«Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo»

JULIÁN CARRÓN
Domandiamo allo Spirito di ridestare in noi una tale affezione a Cristo, un tale attaccamento a Lui che possiamo testimoniarLo in tutte le pieghe del nostro vivere.

Discendi Santo Spirito

La mente torna
I wonder as I wander


DAVIDE PROSPERI
Benvenuti a questo gesto con cui iniziamo un nuovo anno insieme. Saluto anche tutti gli amici che in varie città in Italia e all’estero sono collegati per vivere insieme questo gesto.
«La giornata più bella della settimana è il lunedì, perché il lunedì si riinizia, si riinizia il cammino, il disegno, si riinizia l’attuazione della bellezza, della affezione» (L. Giussani, Dal temperamento un metodo, Bur, Milano 2002, p. 31). Questa frase di don Giussani dice il motivo per cui non ci stanchiamo mai di ricominciare, perché a questa bellezza siamo attaccati più di qualsiasi altro interesse, e quindi chiediamo alla nostra grande compagnia che ci aiuti a non perderci d’animo, affinché cresca giorno dopo giorno, anno dopo anno, la nostra affezione alla sorgente della bellezza.
Agli Esercizi del 1964 a Varigotti, don Giussani diceva: «Noi dobbiamo lottare per la bellezza, perché senza la bellezza non si vive. E questa lotta deve investire ogni particolare, altrimenti come faremo un giorno a riempire Piazza San Pietro?» (il riferimento è in L. Amicone, «Il 25 aprile di Rimini», Tempi, n. 18/2004, p. 20). Lo scorso 7 marzo l’abbiamo riempita, quella Piazza. Abbiamo chiesto un incontro al Papa per domandare come mantenere quella freschezza dell’inizio che è decisiva perché il nostro movimento continui a essere utile alla Chiesa e al mondo. Chiunque di noi penso sia qui perché ritiene che questa esperienza sia valida per la propria vita. Ma come si può essere sempre più utili alla Chiesa e così servire la gloria di Cristo nel mondo? Il Papa ci ha risposto affidandoci un compito, come ben ricordiamo: «Centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”» (Francesco, Discorso al movimento di Comunione e Liberazione, 7 marzo 2015).
E Carrón lo ha ripreso agli Esercizi della Fraternità: «Da che cosa possiamo riconoscere questa presenza? Dal fatto che essa ci decentra dalle nostre riduzioni, dalle nostre distrazioni per riportarci al centro, Cristo. (...) Il cristianesimo è sempre un avvenimento» (Una presenza nello sguardo, suppl. Tracce, n. 5/2015, pp. 33-34). Dobbiamo renderci conto che questo indica una direzione, cioè che occorre ricentrarsi sul primato dell’avvenimento, riaprirsi sempre di nuovo a Cristo come avvenimento che è accaduto nella storia passata, e che accade nel presente secondo modalità sempre nuove, che noi siamo chiamati a seguire. Lo abbiamo visto all’ultimo Meeting. Il metodo che Dio usa per entrare nella storia è quello di una libera scelta: la scelta di un uomo, Abramo. In mezzo alla moltitudine degli uomini che tentano di dare un nome al Mistero, un uomo solo viene scelto e viene chiamato per nome dal Mistero, «Abramo...», perché possa dargli del Tu, come un figlio dà del tu a suo padre. Questo stesso metodo descrive la nostra storia.
Infatti una delle cose che mi colpisce del movimento è come tutto ha avuto inizio. Lo si può leggere nel libro di Savorana (Vita di don Giussani, Bur, Milano 2014). Tanti anni fa un ragazzino ha cominciato a sentire uno struggimento che la sua vita non fosse inutile. Non sapeva, non immaginava come avrebbe potuto essere utile, ma l’unica cosa che sapeva per certo è che non avrebbe voluto vivere inutilmente, che qualsiasi cosa il Signore gli avesse chiesto, avrebbe offerto tutto di sé perché la sua vita potesse essere utile al mondo, utile al Suo disegno. E io dico: mi riconosco - mi riconosco -, anch’io ho questo struggimento! Ma questa cosa che abbiamo dentro tutti, il più delle volte non è presa sul serio fino al punto di dire: «Spendo la vita, tutta la mia vita per questo». Invece noi siamo qui oggi perché questo ragazzino è diventato un uomo e poi è diventato vecchio, ed è rimasto tutta la vita fedele a questo struggimento, anzi, fedele a Chi gli ha segnato la strada per compiere questo suo desiderio. Il carisma che ha preso quest’uomo e ha generato un popolo dentro la vita della Chiesa, lo ha preso per il mondo; e noi che siamo stati preferiti, perché non ci era dovuto di incontrare quello che abbiamo incontrato e che tanti non conoscono, noi che abbiamo visto, noi che siamo stati scelti, che abbiamo, per così dire, visto i tratti inconfondibili del volto di Cristo attraverso la testimonianza così persuasiva di una compagnia umanamente decisiva e pacificante per la vita, noi a cui è stato dato di fare esperienza di Cristo come un’attrattiva invincibile, noi siamo stati scelti per il mondo. A noi è stata data questa esperienza di conoscenza, perché ne comunichiamo la bellezza a tutti. Se no, che senso avrebbe la preferenza? Sarebbe un’ingiustizia.
Il cieco nato mi produce sempre la stessa commozione. Questo disgraziato guardava se stesso come lo guardavano tutti: lui era “il suo” male. Una vita senza speranza. E come lui ce n’erano molti e tutti quelli come lui si guardavano nello stesso modo, secondo una certa visione diffusa nel giudaismo di allora: puniti nel fisico perché cattivi, impuri dentro, peccatori! Ma quell’uomo lo scelse quel giorno e il cieco acquistò la vista; e interrogato dai maestri e dai sapienti, rispose: «Io so solo che prima non ci vedevo e ora ci vedo, vedo la realtà, non solo quella fisica, ma vedo la verità di me, di quello che sono io. Io non sono quello che dite voi, io sono quello che ho visto risplendere nello sguardo di quell’uomo che mi fissava, guardava proprio me, il niente che sono, mi guardava con amicizia. Quel giorno fu scelto proprio lui perché, attraverso il suo cambiamento, potesse risplendere la gloria di Cristo, perché anche gli altri come lui conoscessero la verità di sé e del mondo, di tutto, e così fossero liberati. Da Abramo in poi Dio ha sempre usato questo metodo e noi siamo di quel ceppo lì. Per cui la nostra vita diventa utile se è vissuta per lo scopo per cui siamo stati scelti, come ha detto un padre al funerale del suo bambino di tre anni, morto di tumore: «Per l’immaginetta abbiamo scelto questa frase che bene lo descrive: “L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”».
Ripensando un po’ all’anno passato, a partire dal giudizio sull’Europa e sul crollo delle evidenze - lo ricordiamo bene -, la nostra iniziativa nasce da quella stessa domanda di Giussani: nella situazione in cui ci troviamo, è possibile ancora comunicare Cristo con quel fascino, con quella persuasività di ragione e di affezione che ha investito noi?
Al Meeting, abbiamo avuto moltissimi incontri con testimoni della fede, così come altri incontri sorprendenti, magari inattesi, come trovate ben documentato nel Tracce di settembre.
Io mi sono chiesto: che cosa colpisce chi incontra una cosa così? Perché uno è colpito? Perché si può dire, come ha fatto per esempio Pietro Modiano, che «solo [per] il fatto che esista un luogo (...) in cui si possano porre questioni del genere», cioè domande vere, «venendo da lontano non mi sento più lontano» (Tracce, n. 8/2015, p. 12)? Questo dice del fondamento di uno stupore.
Quello che uno incontra è un soggetto diverso, un popolo ricco di identità e di storia, e quindi incontra una proposta. Può piacere o non piacere a chi ci incontra, ma il fascino di una presenza originale è nella proposta di quell’esperienza viva che tenta di misurarsi con tutti gli aspetti e gli interessi dell’umano. Lo abbiamo visto, ad esempio, quando abbiamo diffuso il volantino sulle elezioni “Ripartire dal basso”, proponendo, rispetto alla crisi di ideali che caratterizza il nostro Paese, la riscoperta che l’altro è un bene, e non un ostacolo da superare, per la pienezza del nostro io, tanto in politica quanto nei rapporti umani e sociali.
E allora si capisce che l’apertura senza limite, che caratterizza il dialogo in senso cristiano, porta con sé una implicazione irrinunciabile: non può essere vero dialogo, se non in quanto io porto coscienza della mia identità. Questo è il metodo con cui entriamo nel paragone con tutto. Il dialogo vero implica la mia maturità nella coscienza di me stesso. Ne Il rischio educativo don Giussani dice che senza questa maturazione nella coscienza di me, «io resto bloccato dall’influsso dell’altro, oppure l’altro che respingo provoca un irrigidimento irrazionale nella mia posizione. Quindi, è vero che il dialogo implica un’apertura verso l’altro, (...) ma (...) implica anche una maturità di me, una coscienza critica di quello che sono» (Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 121-122). Perciò in molte occasioni in questi anni siamo tornati su due preoccupazioni fondamentali proprio per la costruzione di una società nuova, come ipotesi offerta a tutti: 1) la comunità cristiana, in quanto guidata, è il luogo in cui si scopre a poco a poco come Cristo risponde alle domande del vivere, facendo crescere la confidenza con la verità, alla quale oggi parrebbe quasi impossibile aspirare; 2) questa confidenza certa nella verità che si è incontrata rende, nel tempo, capaci di un impegno vitale nella società, e anche di un’apertura totale, di una libertà che ci consente di esprimere la novità di vita data dall’esperienza cristiana in modo persuasivo e anche affascinante, libero da schemi “immutabili”, che non sempre rispondono alle necessità del nostro tempo. L’ho potuto constatare chiaramente tre settimane fa, partecipando a un incontro con cinquecento ragazzi e insegnanti di GS: quello che ci aiuta a renderci certi, saldi nella consapevolezza della nostra identità cristiana è ciò che ci fa crescere nel cammino verso il destino. Comunque su queste cose avremo modo di tornare quest’anno, leggendo il libro di Carrón appena pubblicato, La bellezza disarmata.
In tutto questo, lasciatemi dire, riconosciamo l’ironia di Dio. All’invadenza del potere, che avanza apparentemente incontrastabile, Cristo non oppone un altro potere, ma una scalcagnata compagnia umana, «una compagnia di uomini» scelti da Lui, perché la Sua presenza non venga mai a mancare nel tempo e nello spazio, e con essa, come disse una volta Giussani con un’immagine stupenda, «contende palmo a palmo il terreno alla notte» (L. Giussani, Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Cinisello Balsamo-Mi 2015, p. 116). Ne abbiamo avute molte di testimonianze, prima tra tutte quella di padre Ibrahim, parroco della comunità latina di Aleppo, che insieme alla famiglia di Myriam e ad altri come loro sono la speranza di un popolo che fa fatica a darsi una ragione per continuare a sperare. Loro continuano una storia, cominciata all’inizio della Chiesa, della cristianità, e sono consapevoli che per questo il Signore li vuole lì in Medioriente, per essere fruttuosi lì. E noi dobbiamo sostenere i nostri fratelli cristiani in questo compito, perché sono un seme; e il seme va difeso.
Oppure quando vedo alcuni dei nostri ragazzi che si vogliono bene come non si crede più possibile oggi, in un modo così puro, intenso e insieme trasparente, spalancato a tutti, vedo in loro la risposta più convincente e contagiosa ai problemi che riempiono le discussioni sulla morale del nostro tempo. Concedetemi di leggervi quello che scrive un nostro ragazzo di 24 anni a un amico: «Io la amo. Ed amo Cristo, sì finalmente posso dire che Lo amo! Lo amo e voglio dargli tutto... voglio dare tutto per il Suo Regno, voglio spendere il resto della mia vita per il Suo Regno, perché sono felice, perché sono grato. Lui mi ha conquistato. (...) E questo attraverso di lei. Amo Lui attraverso di lei e amo lei così tanto, perché capisco che me l’ha data Lui. Il mondo è cambiato per me, io sono cambiato. Tutto è simile a prima eppure tutto è nuovo. (...) Tu lo sai, ho vissuto così tanto tempo tormentato dal desiderio di vederLo Presente nella carne, una carne che potessi vedere e toccare... e poi un fiore è spuntato. All’improvviso. E l’Amore del Padre ha sfolgorato nel mio cuore e nella mia vita. Ora amo la vita, l’amo così tanto, ed amo persino tutto quel che ho sofferto, si lo amo, amo la mia sofferenza perché era sofferenza degna di essere vissuta: la mia sofferenza era il tormento del desiderio di vedere l’Incarnazione, di vedere Cristo incarnarsi nella mia vita... Questo è vivere. Questo è Vita».
La bellezza di una compagnia sacramentale come la nostra, la grandezza del movimento, è che rende possibile voler bene così, perché un ragazzo non potrebbe parlare del suo amore per la ragazza in questo modo senza Cristo, senza l’esperienza dell’umano che nasce nella nostra compagnia: realmente Cristo «compie l’umano». La risposta di Dio alla «crisi» dei tempi non è un discorso, ma l’avvenimento di una bellezza, una bellezza disarmata, appunto. Quale bellezza? Il fatto che l’Infinito, il Divino, possa entrare dentro la carne del rapporto tra un uomo e una donna in carne ed ossa, trasfigurandolo e potenziandone la capacità affettiva al punto tale da renderlo un’immagine di Sé, gloria Sua. Dentro e attraverso il segno, il Mistero si rende realmente già ora sperimentabile, al punto che attraverso l’amore reciproco tra un uomo e una donna, così come nell’amicizia vera, nella comunione cristiana, è realmente l’Infinito che si rende presente. Insomma, questa Bellezza è incontrabile in un segno, in una realtà umana, fragile e “scalcagnata” quanto si vuole, eppure in cui brilla una Presenza che non è di questo mondo. Questo segno è la Chiesa che il movimento ci ha insegnato ad amare. Chi vive del rapporto con questa Presenza tende a riempire tutta la realtà di positività e di speranza.
Per questo ti chiediamo: come la testimonianza cristiana può rispondere oggi al vuoto e alla paura che rischiano di far perdere il gusto del vivere?


CARRÓN
1. LE CIRCOSTANZE E LA FORMA DELLA TESTIMONIANZA
«Le circostanze per cui Dio ci fa passare», diceva don Giussani, «sono fattore essenziale e non secondario della nostra vocazione, della missione a cui ci chiama. Se il cristianesimo è annuncio del fatto che il Mistero si è incarnato in un uomo, la circostanza in cui uno prende posizione su questo, di fronte a tutto il mondo, è importante per il definirsi stesso della testimonianza» (L’uomo e il suo destino, Marietti, Genova 1999, p. 63).
Mi sembra che, dopo il percorso che abbiamo fatto nell’ultimo anno, come diceva ora Davide, possiamo capire di più queste parole di don Giussani. Quanto più uno vuol vivere la fede nel reale tanto più gli interessa capire qual è il contesto in cui si trova. Non per un semplice interesse sociologico, ma proprio per comprendere la natura della testimonianza che siamo chiamati a dare.
Per cogliere quale portata hanno le circostanze nell’identificare la forma della testimonianza a cui siamo chiamati, forse ci può aiutare rileggere il racconto del clown e del villaggio in fiamme citato dal cardinale Ratzinger all’inizio del suo libro Introduzione al cristianesimo, pubblicato nel 1968: «Chi oggi tenti di parlare della fede cristiana (...) avvertirà ben presto quanto sia ostica e sconcertante tale impresa. Avrà probabilmente subito la sensazione che la sua posizione sia descritta per filo e per segno nel noto apologo del clown e del villaggio in fiamme narrato da Kierkegaard. (...) La storiella narra di un circo viaggiante in Danimarca, colpito da un incendio. Il direttore mandò subito il clown, già abbigliato per la recita, a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto perché c’era pericolo che il fuoco, propagandosi attraverso i campi da poco mietuti e quindi secchi, s’appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando gli abitanti ad accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere, tendente ad attirare il maggior numero possibile di persone alla rappresentazione; per cui lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto d’una finzione, d’un trucco, bensì di una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda... La commedia continuò così finché il fuoco s’appiccò realmente al villaggio e ogni aiuto giunse troppo tardi: villaggio e circo finirono entrambi distrutti dalle fiamme. (...) Chi tenta di diffondere la fede in mezzo agli uomini che si trovano a vivere e a pensare nell’oggi può realmente avere l’impressione di essere un pagliaccio, (...) che si presenta al mondo odierno avvolto nelle vesti e nel pensiero degli antichi, e pertanto nell’impossibilità di comprendere gli uomini dell’epoca nostra e di essere compreso da loro» (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005, pp. 31-33).
Per questo certe forme di comunicazione della fede oggi appaiono così strane da non essere prese in considerazione, anzi, da suscitare risate.
Possiamo adesso comprendere meglio la preoccupazione che don Giussani ha avuto dall’inizio della nostra storia, fin da quando ha cominciato: quando nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo, quando le chiese erano ancora strapiene e la fede sembrava andare per la maggiore, quando tutte le associazioni cattoliche avevano tantissimi iscritti, don Giussani aveva identificato - come un profeta - il problema. E per non apparire anche lui come un clown, da subito aveva cercato di mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Non è che negli anni Cinquanta non si predicasse la fede - la Chiesa continuava a farlo -, ma tanti già allora non la percepivano più come pertinente alle esigenze della vita. Proprio per questo molti studenti che don Giussani incontrava al Berchet, malgrado provenissero da famiglie cristiane, avevano abbandonato la fede. Don Giussani ha sperimentato sulla propria pelle l’importanza delle circostanze storiche per il definirsi della sua testimonianza. Lui, che conosceva molto bene la dottrina cattolica, si è dovuto interrogare sulla modalità più adeguata per comunicare la verità, la verità di sempre, in un contesto che stava cambiando rapidamente.
Il mondo in cui siamo chiamati a vivere la fede è totalmente diverso da quello del passato anche recente. È un mondo dove la secolarizzazione progredisce, il crollo delle evidenze è davanti a tutti. A questo si uniscono, come conseguenza, una passività, un torpore e una noia che sembrano invincibili e che offuscano gravemente il riconoscimento del reale. Questa situazione è la sfida più grande che ha davanti a sé, oggi, la fede, l’annuncio cristiano. È una sfida che riguarda noi per primi. Se la fede finisce per essere intesa anche da noi come una pagliacciata, se noi per primi non riusciamo a percepirla come pertinente alla vita, comincerà a venire meno anche in noi l’interesse per essa. Immaginate gli altri!
Ciascuno di noi è costretto a rispondere a questa situazione che gli viene incontro provocandolo. Infatti, diceva don Giussani, «l’esperienza è l’impatto di un soggetto con la realtà, la realtà che come presenza lo invita e lo interroga (“lo problematizza”). Il dramma umano sta nella risposta a questa problematizzazione (“responsabilità”), e la risposta è generata evidentemente nel soggetto. La forza di un soggetto sta nella intensità della sua autocoscienza, cioè della percezione che ha dei valori che definiscono la sua personalità [di ciò che ha di più caro]. Ora, questi valori fluiscono nell’io dalla storia vissuta cui l’io stesso appartiene. (...) La genialità radicale di un soggetto sta nella forza della coscienza di appartenenza. Per questo il popolo di Dio diventa un orizzonte culturale nuovo per ogni soggetto che vi appartenga» (Il senso di Dio e l’uomo moderno, Bur, Milano 2010, pp. 131-132). Perciò da come rispondiamo alle sfide del presente, «si capisce se e quanto viviamo l’appartenenza, che è radice profonda di tutta l’espressione culturale» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, op. cit., p. 63).
Don Giussani identifica due modalità di vivere l’appartenenza, da cui scaturiscono due facce culturali con cui il cristianesimo si pone nel mondo: la fede e l’etica, l’avvenimento della fede e i valori etici. La Chiesa - diceva nel 1997 - in tante occasioni «si pone (...) davanti al mondo, non dico dimenticando, ma dando come per supposto e per ovvio (...) il contenuto dogmatico del cristianesimo», cioè «l’avvenimento della fede» (ibidem, pp. 63-64), che viene ridotto «a un a priori astratto che è ospitato e alberga nella testa dell’uomo» (ibidem , p. 67), arroccandosi sull’etica, sui valori. È come se dicessimo: «Che cos’è la fede già lo so, adesso devo preoccuparmi di che cosa fare». Così, quasi inconsapevolmente, dando per ovvio il contenuto della fede, ci spostiamo sull’etica. Il volto culturale del cristianesimo non è più, allora, l’avvenimento della fede, ma i valori.
Nel rispondere alle sfide del vivere, nessuno di noi può evitare di dire cosa ha di più caro, qual è il contenuto sintetico della sua autocoscienza: se l’avvenimento della fede o i valori morali.
Mi stupisce quanto questo atteggiamento, che tante volte sorprendiamo in noi, cioè quello di dare per scontato l’avvenimento della fede, non risponda, anzi sia in contrasto con l’esperienza elementare del vivere, che costantemente ci documentano, per esempio, certi canti come quello di Mina che abbiamo appena ascoltato, La mente torna (parole G. Mogol, musica L. Battisti). Che cosa dice? Che quando tu arrivi, quando arriva il tu, «la mente torna»; che quando «mi parli tu», io sono io. Ricordate quando abbiamo citato Guccini? «Non sono quando non ci sei» (Vorrei , parole e musica F. Guccini). Solo quando tu ci sei mi strappi dai pensieri miei. Cioè, il «tu» dell’altro fa talmente parte della definizione dell’io da destare l’autocoscienza con cui un io affronta tutto. È dunque il rapporto con un certo «tu» che rende possibile un modo di stare nel reale tutto diverso, più vero, determinato dalla autocoscienza nuova che esso suscita in noi. Perciò, l’appartenenza a questo «tu» definisce la posizione culturale. Chiunque ascolta il canto capisce immediatamente che cosa ha di più caro la persona che lo ha composto: il tu che rende l’io veramente io, finalmente io.
L’esperienza elementare del vivere mostra quanto bisogno ho di un tu per essere me stesso, per essere io. Il Signore che ci ha fatti sa bene quanto il suo Tu sia indispensabile per il nostro io. Nel suo tentativo di farsi conoscere dall’uomo, il Mistero si è “piegato” a questa esperienza elementare. Infatti, per entrare in relazione con noi si è reso sperimentabile secondo la forma d’esperienza che ci caratterizza, quella del rapporto con un tu, affinché attraverso di lui ogni uomo capisse la portata del Tu del Mistero per sé, per la propria vita. Piegandosi al modo umano di rapportarsi, Dio è entrato nel reale chiamando Abramo, per generare un io tutto intessuto della Sua presenza, una presenza che i mesopotamici contemporanei di Abramo non potevano neanche immaginare - come ha detto al Meeting il nostro amico e professore Giorgio Buccellati -: essi non potevano dare del tu al fato, al destino.
Che cosa vuol dire tutto questo? Che la scelta di Abramo ha introdotto nella storia una novità, per cui la fede non è semplicemente qualcosa di accessorio, un rito o una pratica devozionale, ma è costitutiva del nostro io, del nostro stare nel reale. La ragione per cui tutto è cominciato con Abramo è il desiderio di Dio: «Facciamo sì che un uomo viva l’esperienza di Noi nelle viscere del proprio io, perché possa vedere che cos’è l’io che Io ho creato. Ma se l’esperienza di questa mia Presenza non vibra dentro le viscere di un uomo come Abramo, l’uomo non potrà capire chi è lui e non potrà capire chi sono Io». Immaginate quale esperienza deve avere fatto il profeta Osea di questa Presenza per dire: «Il mio cuore si commuove dentro di me, / il mio intimo freme di compassione» (Os 11,8). Questo Dio, questo Tu, ha una intensità di vita tale che non può guardarci, rapportarsi a noi, senza questa commozione, senza questa vibrazione, senza questa compassione per il nostro destino. In questo modo ha fatto conoscere all’uomo che cosa è l’uomo, perché niente può ridestare l’io come il vedere un Tu che ha questa commozione per il suo destino. Non stupisce allora che chi è ridestato da questo Tu possa dire, come il profeta Isaia: «Al tuo nome e al tuo ricordo / si volge tutto il nostro desiderio» (Is 26,8). Ciò significa non lasciare fuori della percezione di se stessi il contenuto dell’esperienza della fede. Se noi lo lasciamo fuori dalla modalità con cui diciamo: «Io», la nostra appartenenza sarà a tutto, ma non al Mistero che è entrato nella nostra vita. E perciò daremo testimonianza solo di quello che noi riusciremo a fare, di quello che noi saremo in grado di immaginare, dei nostri tentativi, ma non potremo far trasparire la nostra appartenenza al Mistero, come invece è accaduto a una persona che, arrivata al lavoro, si è trovata davanti un collega che le ha detto: «Ma che cosa ti è capitato? Perché hai questa faccia?». Non aveva ancora fatto niente, ma era apparsa agli occhi del collega una diversità.
È per questo che, dandoci come domanda per le vacanze: «Quando abbiamo sorpreso e riconosciuto nella nostra esperienza una presenza nello sguardo?», non stavamo ponendo una questione per visionari, per persone a caccia di non so quale esperienza mistica, ma chiamando in gioco chi si è sorpreso a guardare il reale con una novità dentro, coloro per i quali il contenuto dell’esperienza della fede non è scontato. Senza questa novità, senza questa incidenza nel nostro sguardo, la fede, in fondo, si riduce a qualcosa di devozionale che non definisce il modo di stare nel reale, non definisce la vita.
Per raggiungere il Suo scopo, ci spiega Giussani, «Dio non (...) interviene dall’esterno come clausola soffocante, come sbarre di leggi, prigione in cui essere ingabbiati, ma emerge dal di dentro, sorgente, compagnia profonda senza della quale non potremmo fare nulla. Emerge dal di dentro della nostra esistenza, perché ci costituisce e bisogna portarlo dentro le cose di cui la vita è fatta, perché altrimenti [la vita] non sarebbe vita. Bisogna scoprirlo e seguirlo dentro le realtà dell’esistenza, perché Egli è il Dio dei vivi, e le realtà dell’esistenza sarebbero parvenze di cose, schematiche e formali, senza di Lui. In questo modo siamo chiamati a sperimentare quale sia il senso dell’umano che la modalità del Suo svelarsi, la Sua presenza dentro l’esistenza storica ricorda e produce» (Alla ricerca del volto umano, Bur, Milano 2007, p. 31).
Rileggendo la storia del popolo di Israele, come rileggendo la storia della Chiesa, erede di quel popolo, don Giussani ci mette costantemente davanti due possibilità. Ciascuno di noi, allora come adesso, è posto di fronte a un’alternativa chiara: «Sbarre di leggi» oppure «presenza dentro l’esistenza».
Ma se l’avvenimento della fede, il suo contenuto dogmatico, è dato per ovvio, e tutto si riduce solo a spiegazioni o a dialettica o a etica, quale interesse potrà ancora destare in noi? Non riuscirà a prenderci neanche un minuto. Perché nessuno dei nostri tentativi può produrre la novità umana attraverso cui Cristo ci affascina e ci fa interessare a Lui. Abramo non avrebbe mai potuto produrre un io come il suo, se il Mistero non avesse preso iniziativa attirandolo verso di Sé. Allo stesso modo, Giovanni e Andrea non avrebbero potuto produrre quella novità umana che si è insediata nelle loro vite per l’incontro con Cristo. Oggi sempre di più, ogni uomo, ciascuno di noi e coloro che incontriamo, tutti ci troviamo davanti alla stessa vertigine: in questo nichilismo che ci circonda, in questa situazione di vuoto dilagante dove tutto è uguale a tutto, c’è qualcosa che riesce a prenderci, ad attrarci fino al punto di determinare tutto il nostro io?
La domanda l’ha identificata papa Francesco nel suo messaggio al Meeting: di fronte alla strana anestesia, «di fronte al torpore della vita, come risvegliare la coscienza?» (Francesco, Messaggio per la XXXVI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, 17 agosto 2015).
Questa è la domanda decisiva. Con essa tutte le visioni, tutte le proposte devono misurarsi, anche le nostre. Ciascuno di noi, infatti, in ogni sua mossa, prende comunque posizione davanti a questa sfida radicale. Ognuno risponde, implicitamente o esplicitamente, a questa questione nel modo di alzarsi al mattino, di andare a lavorare, di guardare i figli eccetera. Che cosa, dunque, potrà ridestarci dal torpore della vita?

2. L’ATTRATTIVA DELLA BELLEZZA
Come abbiamo detto, l’esperienza elementare dell’uomo ha bisogno di una provocazione adeguata per risvegliarsi; allo stesso modo, l’uomo ne ha bisogno per uscire dal suo torpore. Come sottolinea don Giussani, l’«esperienza umana originaria», ossia il senso religioso, quel complesso di evidenze e di esigenze per cui io sono uomo, «non esiste attivamente, se non dentro la forma di una provocazione. [...] Vale a dire dentro una modalità in cui è sollecitata» (Dall’utopia alla presenza.1975-1978, Bur, Milano 2006, p. 193). Quindi, il problema veramente radicale è che vi sia, che si comunichi una provocazione adeguata che possa favorire il reale riscatto di una percezione di se stessi. Sono certi incontri, infatti, per la provocazione che rappresentano, che mettono compiutamente in azione la coscienza originaria di noi stessi, che fanno emergere il nostro «io» dalle ceneri della nostra dimenticanza, delle nostre riduzioni.
È questo che fa capire perché, di fronte a chi si scoraggia per la situazione attuale, il Papa ha scritto ancora al Meeting: «Per la Chiesa si apre una strada affascinante, come fu all’inizio del cristianesimo». Proprio questa situazione per lui è un’occasione «affascinante».
Che cosa ha persuaso Zaccheo, Matteo, la Samaritana, l’adultera? Un elenco di leggi, imposte dall’esterno, oppure la Sua diversità? Lo scopriamo dalle loro reazioni. Dicevano infatti: «Non abbiamo mai visto niente di simile» (Mc 2,12). Oppure: «Nessuno ha mai parlato come quest’uomo» (cfr. Gv 7,46). Li trascinava l’esperienza che vivevano con Cristo - «il contenuto dogmatico del cristianesimo, la sua ontologia», per usare l’espressione di Giussani -, che comunicava il mistero della Sua persona, non i valori, che neanche i suoi discepoli riuscivano a capire: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna», dicevano davanti alla sua proposta dell’indissolubilità del matrimonio, «non conviene sposarsi» (cfr. Mt 19,10). Perché gli andavano dietro ancora? E perché la stranezza di Gesù non veniva percepita da loro come quella di un clown? Basterebbe leggere il Vangelo con questa domanda per riscoprirlo tutto di nuovo.
Non è forse, come dice Giussani, l’avere dato per scontato l’avvenimento della fede e l’essersi spostati sull’etica la ragione per cui i cristiani sono percepiti dagli altri come dei clown? Possiamo difendere la dottrina giusta e gridarla davanti a tutti senza che l’altro si senta minimamente colpito, senza che cambi minimamente il suo modo di guardarci. Possiamo gridare tutte le nostre sacrosante ragioni, possiamo richiamare valori etici pur giusti, senza riuscire a spostare gli altri neanche di un millimetro: anzi, essi ci vedono come dei clown. Un cristianesimo ridotto a insieme di valori o a leggi da rispettare sembra loro una pagliacciata e noi cristiani dei clown, parte del circo.
C’è qualcosa che può scardinare questa situazione? C’è qualcosa in grado di afferrarci e di afferrare gli altri nel profondo, di prenderli fino nel midollo, a tal punto che essi smettano di considerare il cristianesimo come una pagliacciata? Sì, c’è. E allora anche oggi, come ai tempi di Gesù, il cristiano smette di essere identificato con un clown e “costringe” chi lo incontra a iniziare un processo che non si sa dove lo porterà. Mi raccontava un amico sacerdote che vive in Inghilterra: «Una mamma che vedo all’uscita della messa con un bambino piccolo, di un anno e mezzo, mi dice: “Vorrei parlarle del Battesimo”. Non l’avevo mai vista prima. Un paio di settimane dopo vado a casa sua e cominciamo a chiacchierare. Come succede molto spesso in Inghilterra, i genitori non erano sposati. Il bambino era stato concepito in vitro; vengo anche a sapere che hanno un altro embrione congelato [questa è la situazione: un figlio in freezer!]. Io mi dicevo: a questa coppia non posso certo fare la lista della spesa di tutte le cose giuste che non ha fatto, eppure la donna è venuta a cercarmi per un filo di interesse, evidentemente. Allora le domando: “Tu perché sei venuta?”. E lei: “In realtà sono stata battezzata da bambina, avevo vissuto da cristiana, era bello: la scuola, la chiesa, ma poi ho lasciato perdere. Eppure vorrei questa cosa per i miei figli”. Stavo già per andarmene, quando mi sono fermato e le ho detto: “Io capisco che tuo marito è stato malato, che avete avuto tanti problemi, ma una cosa volevo dirti: guarda che Dio, in realtà, non vi ha mai perso d’occhio, non è che si sia sbagliato, si sia dimenticato e non abbia guardato verso di voi; come succede a te con il tuo bambino: tante volte non capisce le tue mosse, le cose che tu permetti, però in realtà tu vedi un bene dentro di lui; anche Dio ti ha guardato sempre, ti ha ben presente e vuole fare qualcosa di grande nella tua vita e nella vita della tua famiglia attraverso i dolori e le cose che ti sono successe”. Quella donna si è messa a piangere e poi ha cominciato a venire in chiesa tutte le domeniche. Io ho capito che non potevo guardare semplicemente alla lista di questioni etiche che non aveva rispettato, perché il punto era che lei potesse trovare una possibilità per la propria vita, come è accaduto; e il resto, pian piano, si risolverà».
Mi sembra un esempio di una partenza, nel rapporto con l’altro, dal contenuto della fede e non dall’etica.
L’amico sacerdote raccontava poi un altro episodio: «Una signora mi ha scritto una email dicendo: “Vorrei appartenere alla parrocchia”. Vado a trovarla e le dico: “Perché vuoi appartenere alla parrocchia?”. “Perché io voglio questa cosa per me e per i miei figli”. “E cosa vuol dire che vuoi appartenere alla parrocchia? Tu sei cattolica?”. “No”. “Sei anglicana?”. “No, in realtà non sono neanche battezzata”. “Ah, va bene, allora [come capita spesso] tuo marito sarà cristiano e tu ti stai avvicinando alla fede tramite lui”. “No no, mio marito non è cattolico, non è anglicano, non è battezzato neppure lui”. “Allora lo sono i vostri genitori? Ci sarà qualche aggancio con la Chiesa. Insomma, perché vuoi venire?” [pieno di curiosità]. “Ti dico la verità. Io sono babysitter di professione e anche mia mamma lo è, tutti giorni noi mettiamo insieme otto, dieci bambini a casa di mia mamma, che è grande, e ce ne occupiamo mentre i genitori sono al lavoro. In questi anni di lavoro ho visto che i bambini della tua scuola e della tua parrocchia sono diversi, e anche i loro genitori sono diversi; e allora io voglio questa cosa per me. Che cosa devo fare?”. Le ho detto: “Ti faccio conoscere un po’ di mamme, se poi vuoi venire alla Scuola di comunità, ci sono anche persone che si stanno preparando al Battesimo, così vediamo un po’. Puoi venire anche a messa, se vuoi”. “In realtà io pensavo di non potere andare a messa, che fosse vietato perché non sono cattolica; ma, per la verità, di nascosto ci sono andata due volte”. “E cosa è successo?”. “La settimana era diversa perché quei canti, quelle cose... tante cose non le capisco, ma magari una cosa la capisco e mi alimenta per tutta la settimana”. Io posso ammettere che ci sia gente che sta tornando alla fede perché non ha più il pregiudizio e la fede non è più scontata, ma qui è diverso, perché queste persone che incontro non possono nemmeno darla per scontata, semplicemente perché non sanno che cosa sia e quindi non possono neanche avere un pregiudizio».
Quando questa vita diversa è intercettata suscita stupore, come abbiamo appena visto; o come ci raccontava padre Ibrahim: un musulmano va al pozzo del convento francescano di Aleppo e dice a padre Ibrahim: «Padre, a guardare come la gente viene ad attingere l’acqua, con il sorriso, con una grande pace nel cuore, senza litigi, senza alzare la voce... Io, che ho girato tutta Aleppo e vedo che si ammazzano per attingere ai pozzi, mi meraviglio: voi siete pieni di pace, di gioia (...), voi siete diversi» («Il profumo di Cristo tra le bombe», Tracce, n. 8/2015, p. 26).
Lo stesso stupore ci è testimoniato da un amico che vive in California e che racconta: «Lavoro con gente che ha disabilità dalla nascita e con reduci cui la guerra ha causato forti drammi; tutti i giorni mi scontro con il limite dell’uomo, il limite fisico e anche mentale. Una donna quarantenne, una vita nell’esercito, ha subito anche violenze fisiche, per cui negli ultimi quindici anni ha definito la sua vita come anestetizzata. A causa di questi traumi è stato impossibile per lei vivere un rapporto positivo con la realtà: impossibile andare a fare la spesa al supermercato, perché quando è in mezzo alle corsie del supermercato ha paura che qualcuno la aggredisca; non ha potuto mantenere un lavoro; si svegliava alle tre del mattino sentendo gli uccelli cinguettare: “Impazzivo, li avrei ammazzati tutti! È insopportabile”. Un mese fa, dopo un anno che stiamo insieme a questa donna, lavorando con lei (nel senso di insegnarle un lavoro) e vivendo la vita con lei, ci ha detto: “Mi sveglio alla mattina alle tre; ancora non riesco a dormire, ma ora incomincio a voler bene, a guardare con amore anche gli uccelli che cantano. E questo perché? Perché c’è stato uno sguardo su di me che ha risvegliato tutta l’attesa del mio cuore”». L’amico della California aggiunge: «Questa donna non è del movimento, ma ha usato queste parole: “Il mio cuore ora è vivo”. Perché? “Perché ho visto qualcuno e qualcosa che ha ridestato in me tutta la possibilità di essere me stessa”. La bellezza di questo anno, soprattutto l’incontro col Papa, mi ha fatto capire che l’unica responsabilità che ho è vivere la vita dentro quell’attrattiva che mi ha raggiunto, il resto lo fa Lui, perché è Lui che cambia la vita dell’altro. Qualche settimana fa hanno invitato a una conferenza me e una mia collega per parlare della nostra attività. Normalmente, al momento della presentazione, dicono quello che hai fatto, quello che fai e i titoli che hai. Quindi la persona inizia a descrivere chi siamo, la compagnia per cui lavoriamo, ma a un certo punto si ferma e dice: “Comunque, quello che Guido e Nancy sono è il cuore di quello che noi facciamo”. Questo mi ha commosso, nel senso di mosso: io ho semplicemente vissuto - e questo è impressionante -, senza fare discorsi, e uno che non sapeva niente di me ha potuto dire: “Io guardo a te per il cuore che esprimi, che è la radice di quello che anche noi facciamo”. Che, vedendo te, uno dica: “Io mi identifico col cuore che tu esprimi”, penso che sia la più grande testimonianza che si possa dare e che nasce dal vivere dentro l’attrattiva dell’incontro con Cristo».
Che cosa ha cambiato questa donna, condannata a vivere in modo distorto il suo rapporto con la realtà? La novità che è entrata nella storia con Abramo, che è arrivata fino a noi e si comunica attraverso di noi, quasi senza fare niente di particolare. Noi gliela doniamo semplicemente convivendo con lei. L’esito è semplice: «Comincio a voler bene perfino agli uccelli», gli stessi che prima voleva uccidere. Questo vuol dire che la Presenza che passa attraverso di noi è in grado di cambiare la vita: è così cruciale che, senza di essa, come dice un’altra canzone di Mina, tutto è perduto: «E se domani (...) all’improvviso perdessi te / avrei perduto il mondo intero, non solo te» (E se domani, parole G. Calabrese, musica C.A. Rossi).
Senza questo Tu l’io perde il mondo intero. Perde tutto. Ma noi, dice don Giussani, pensiamo che tutto questo sia come una fiaba! «Quando uno si alza al mattino, quando ha difficoltà o delusioni, ansie o contrattempi, l’immagine di un Altro che accompagna [la vita] (...), che scende fino a lui [così com’è] per restituirlo a se stesso, è come un sogno» (L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, op. cit., p. 27). Perciò in ogni momento ciascuno di noi fa il test: il gesto che compie rivela se per lui il contenuto dogmatico della fede è un fatto reale, oppure una fiaba, un sogno. Questo definisce a che cosa apparteniamo. Possiamo anche essere distratti, possiamo rimanere con tutti i nostri limiti, ma il Fatto passa attraverso di noi, se siamo definiti dal contenuto della fede. Lo portiamo in noi a tal punto che esso ridesta negli altri un’affezione al reale.
Allora, quando noi non viviamo un rapporto pieno di affezione per il reale, quando ci complichiamo la vita e sentiamo il rapporto con la realtà come una violenza, non è perché gli uccelli siano brutti o le circostanze siano contro di noi, non è per la malattia o perché il capo o chi per esso non ci comprenda, o perché tutto sia sbagliato o cattivo. No, no! Il problema è che manca il Tu, quel Tu che rende possibile che tutto - tutto! - diventi amico, perfino gli uccelli, che quella donna prima voleva cancellare.
Che cosa documentano queste testimonianze? Che cosa non ha fatto percepire alle persone incontrate il cristianesimo come una pagliacciata e i cristiani come dei clown? La novità di vita che esse hanno intercettato, dal di dentro della loro esistenza. Nel circo del mondo, con tutti i suoi attori, con tutti i suoi clown, con tutte le interpretazioni in voga, in questo mondo in cui tutto è «liquido» - come dice Baumann -, in cui una cosa vale l’altra, che cosa dunque è così potentemente reale, così attraente da prenderci totalmente, da non volerla perdere?
«L’uomo riconosce la verità di sé´», sottolineava don Giussani, «attraverso l’esperienza di bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale, non totale quantitativamente, totale qualitativamente! (...) La bellezza della verità` è ciò` che mi fa dire: “È` la verità!”» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, Bur, Milano 2007, pp. 219-220). Attrattiva significa: «Ti traggo a», cioè tu sei tratto fuori da te verso un altro.
Per questo diceva che «l’uomo di oggi, dotato di possibilità operative come mai nella storia, stenta grandemente a percepire Cristo come risposta chiara e certa al significato della sua stessa ingegnosità. Le istituzioni spesso non offrono vitalmente tale risposta. Ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio [non basta una dottrina, pur ribadita accanitamente, come non basta un elenco di cose da fare]. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. [Quello che fa saltare il circo dei clown è la realtà di Cristo, una realtà così presente da cambiare la vita di uomini che si incontrano sul proprio cammino] È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo scendi subito, vengo a casa tua”» (L. Giussani, Intervento al Sinodo, 1987; in Id., L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, pp. 23-24).
Dove si può trovare questa bellezza che mi attira risvegliando me stesso? Come l’io, disperso nella noia e nel torpore, può ritrovarsi? Ce lo ha detto in maniera definitiva don Giussani: «La persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, in una presenza, cioè, che è provocazione a sé. Sprigiona un’attrattiva, vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con [tutte] le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste. Quella presenza ti dice: “Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore; vedi, per esempio, in me esiste”. L’attrattiva e la provocazione al fondo di noi stessi sono date solo da questo» (L’io rinasce in un incontro. 1986-1987, Bur, Milano 2010, p. 182).
L’incontro con questa presenza sprigiona un’attrattiva, fa scattare la scintilla.

3. LA SCINTILLA
«La verità», dice ancora Giussani, «è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! [si impone] Ma, a parte il paragone, la verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove. È quello che chiamavo scintilla. (...) Quella scintilla, quella intuizione che fosse vero per sé, magari filiforme, magari tutta annebbiata, confusa - ma è sbagliato dire confusa [si corregge]; non è stata confusa; almeno per un briciolo, era una scintilla, perciò non confusa -, ha suscitato, magari “pulviscolarmente”, una emozione o commozione nella quale, anche incoscientemente, “ci siamo trovati grati e stupefatti per l’accaduto”, come avete detto. Vale a dire, quella scintilla ha fatto come emergere una povertà di spirito, magari un brandello, un brandellino, come un granellino di polvere, di povertà dello spirito. Quella scintilla è come se fosse stata un fuoco, un tizzone di fuoco che è andato fino all’osso, ha messo a nudo il nostro osso, cioè il nostro cuore, ha attraversato la carne e ha generato un istante, un’esperienza, di povertà di spirito, di semplicità del cuore (“grati e stupefatti per l’accaduto”)». Conclude don Giussani: «La scintilla, questa scintilla, è lo scattare di una coscienza nuova dell’origine di sé» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 207-208, 215).
Quando qualcuno intercetta questa scintilla in noi, smette di considerarci dei clown.
Scrive un universitario di Architettura: «Eravamo a preparare la mostra sul Duomo di Firenze. L’architetto che l’aveva progettata e avrebbe lavorato con noi durante la settimana del pre-Meeting, arrivati in Fiera nel nostro stand, ci accoglie così: “Ciao, ragazzi, io non sono del movimento di CL, sono stato incaricato di fare questa mostra e sono qui a lavorare con voi”. Appena finito di dire questa frase, si mette i pantaloncini e comincia a lavorare insieme a noi: dipinge, sposta i pesi, stucca... La sera stessa viene a mangiare con noi, dove si ritrovano tutti i volontari. Lavora con noi, mangia con noi, e continua così per cinque giorni. Ne nasce un bel rapporto. La domenica annuncia che sarebbe dovuto tornare a Firenze per lavorare e non sarebbe più tornato. Ma, con nostra grande meraviglia, martedì mattina è in Fiera, pronto per lavorare, felice. “Ragazzi, sono tornato perché avevo troppa nostalgia! Non ho mai visto gente lavorare così. Voi avete qualcosa che gli altri non hanno. Avevo molti pregiudizi su CL prima di venire qui, ma mi concentravo su un punto senza guardare tutto il resto”».
Un’altra persona racconta: «In quei sette giorni di vacanza ciascuno ha avuto modo di confrontarsi con il fatto che un’altra misura si è fatta spazio tra di noi, e quando accade è impossibile non accorgersene. Se ne sono accorti anche tre amici cinesi che sono da noi in università per uno scambio culturale di due anni e che abbiamo conosciuto alcuni mesi fa. Sono rimasti colpiti da tutto ciò che è accaduto. In primis dal fatto che fosse possibile una familiarità così vera tra persone geograficamente così lontane. Non era mai capitato loro di essere accolti e abbracciati come lo sono stati. Hanno visto all’opera “una carità che li ha commossi”. Matteo ha detto che, per quello che ha visto, la differenza tra la religione cattolica e il buddhismo è che la religione cattolica è una vita, non una serie di riti da compiere, e che lui è molto più attratto da questa vita che ha visto in atto».
Un’amica universitaria ha trascorso tutta l’estate insieme ad altri compagni, coinvolta dal suo professore in un progetto. Un giorno propone ai suoi amici: «Ragazzi, c’è una cosa bellissima che voi dovete assolutamente vedere». Era il Meeting di Rimini. Ecco che cosa è accaduto: «Per il frutto di tutta l’amicizia che era nata, loro sono venuti ed erano stupiti; stupiti anche di vedere che io stessa, che pure conosco il Meeting, ero stupita, perché lo guardavo attraverso i loro occhi. È stata una giornata incredibile, piena di incontri. Loro erano contentissimi. Quando eravamo in macchina, al ritorno, la ragazza greca mi guarda e mi dice: “Ma che cos’hanno quelle persone?”. Io le rispondo: “Non lo so, che cos’hanno? Dimmelo tu”. E lei: “Sono libere. Sono felici”. E poi: “Quelli che mi hai presentato hanno come un gioco negli occhi. Hanno un gioco negli occhi e sono liberi come piccoli bambini”. E continuava a insistere che io le spiegassi che cos’era quel gioco negli occhi che lei vedeva. Allora le ho detto che era la stessa domanda che mi ero fatta io quando li avevo conosciuti: che cos’è questo gioco? E così le ho raccontato di quello che è successo a me, di come mi sono convertita, le ho detto che quella gente era cattolica. Lei è rimasta di sasso. E ha aggiunto: “Ma allora il cristianesimo è un incontro! Perché a me non piacciono le regole, però quello che dici tu è un incontro e io quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo, perché lo voglio”».
Se la nostra giovane amica non avesse accettato l’imprevisto di una estate diversa dal solito, non avrebbe potuto vedere quello che ha visto. E che cosa ha visto? Quale contraccolpo avviene in una persona quasi sconosciuta davanti a uomini liberi e felici, che hanno un gioco negli occhi. La scintilla la portano negli occhi. «Da dove nasce questo gioco negli occhi?», si domandava. Dal fatto che siano bravi? Nei loro occhi ride un cielo che non è loro. Loro «sono come bambini piccoli». Sono stupiti da quel cielo. Che cosa deve capitare per rendere così “bambino” un adulto? Quella ragazza non sapeva niente del cristianesimo, ma dice: «Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo». Altro che pagliacciata! Altro che clown! Questo accade adesso, esattamente come duemila anni fa.
Commentando la vocazione di san Matteo, durante il viaggio a Cuba dei giorni scorsi, papa Francesco ha detto: «Egli stesso, nel suo Vangelo, ci racconta come è stato l’incontro che ha segnato la sua vita, ci introduce in un “gioco di sguardi” che è in grado di trasformare la storia. [La storia! Non solo quell’uomo] Un giorno come qualunque altro, mentre era seduto al banco della riscossione delle imposte, Gesù passò e lo vide, si avvicinò e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò, lo seguì. Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare! Sappiamo che Matteo era un pubblicano, cioè riscuoteva le tasse dagli ebrei per darle ai romani. I pubblicani erano malvisti, considerati anche peccatori, e per questo vivevano isolati e disprezzati dagli altri. Con loro non si poteva mangiare, né parlare e né pregare. Per il popolo erano dei traditori, che prendevano dalla loro gente per dare ad altri. I pubblicani appartenevano a questa categoria sociale. E Gesù si fermò, non passò oltre frettolosamente, lo guardò senza fretta, lo guardò in pace. Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi» (Francesco, Omelia, Plaza de la Revolución, Holguín, Cuba, 21 settembre 2015).
Oggi come allora ci sono dei fatti, dei modi di vivere il cristianesimo, che non sono percepiti dagli altri come una pagliacciata, ma come la cosa più affascinante. In questi fatti il contenuto e il metodo coincidono. Sono fatti che non hanno bisogno di alcun tipo di potere aggiunto per imporsi: basta l’attrattiva di quel «gioco negli occhi», di quel «gioco di sguardi». Nessuna medicina, nessuna droga, nessun guru, nessun potere, nessun successo, nessuna strategia è in grado di produrre questo gioco negli occhi.
Questo fa scattare la decisione. «La decisione è generata soltanto dalla scoperta che il proprio io è attratto da un Altro, che la sostanza del mio io, la sostanza del mio essere, il mio cuore, è identica a “essere attratto da un Altro” (...). È questo Altro il senso della dinamica del mio io, di questo mio vivere, di questa dinamica che è il mio vivere. Quando dico: “Io”, dico una dinamica tesa ad altro, a un Altro. Un Altro è ciò che costituisce la mia vita, perché l’Altro mi attira e io sono questo “essere attirato”, sono costituito da questa attrattiva (...) [“Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo”]. La decisione, dunque, è generata là dove uno scopre questa natura sua, di “essere attratto”, per cui, come dice san Paolo (sempre citato): “Vivo, non io, ma è un’altra cosa che vive in me”. L’attrattiva è infatti: un’altra cosa che vive in me e che mi fa vivere. La decisione viene generata quando scatta questo accorgersi, questa coscienza di un uomo nuovo, di questa novità nella percezione di sé, nel sentimento di sé. Ed è un momento in cui realmente uno concepisce sé - come un uomo e una donna concepiscono il bambino, e lo concepiscono per un’attrattiva -. L’esempio non corre con cento piedi, ma è il più profondo per analogia che si possa fare. È realmente una concezione di sé che viene da questo abbraccio profondo del mio io con l’Altro, di cui scopro, accetto e riconosco l’attrattiva. Senza semplicità di cuore, senza purità di cuore, senza povertà di spirito, questo non avviene, perché, là dove non c’è povertà di spirito, questa attrattiva si subisce, ma non si riconosce totalmente: c’è una riserva, e allora non c’è la “concezione”» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 216-218).
È questa dinamica che può farci capire il significato del seguire. Lo dico per rispondere a una persona che mi domanda: «Che cosa vuol dire seguire?». Seguire, così come decidere, è facile: «Quel gioco negli occhi lì lo seguirei in capo al mondo». Perché seguire è facile? Perché è assecondare l’attrattiva che mi ha preso. Il problema è che tante volte, per noi, seguire non è assecondare l’evento che ci ha preso, con tutta la consapevolezza di quello che accade. Per noi seguire diventa una sorta di volontarismo, un adeguarci a certe norme, a una dottrina, a un insieme di valori da difendere. Mentre don Giussani ci mostra che la sequela è una mossa, una decisione, provocata dall’attrattiva, perché il problema della libertà è se trova qualcosa che sia così affascinante da fare venire la voglia di aderire ad esso! Per questo è come se in ogni parola, in ogni sfida davanti a cui ci troviamo, dovessimo imparare costantemente la natura della fede, la natura del cristianesimo, la sua ontologia. Perché altrimenti le stesse parole cristiane diventano come sassi che non ci dicono più niente. Invece, per capirle basterebbe lasciarsi sorprendere da quei momenti in cui l’avvenimento, la bellezza accade, come abbiamo visto capitare in modo clamoroso al Meeting, durante l’incontro su Abramo e le sfide del presente, quando, appena terminato l’ascolto del violino, il professore Weiler ha reagito al microfono con un respiro profondo. E subito dopo ha aggiunto: «Ci vuole un minuto per recuperare...» («La scelta di Abramo e le sfide del presente», Tracce, n. 8/2015, p. X). È questo! È questo il momento in cui si riparte. Da qui si ricomincia. La sequela nasce da qui: l’attrattiva del violino ha fatto scattare quel respiro profondo. È facile! Anche il seguire, come l’incontro iniziale, è un avvenimento, a cui dobbiamo acconsentire.
Ma perché, allora, ci sembra tanto difficile, se è così facile?
Il problema è che noi spesso resistiamo a questo metodo, che è il metodo di Dio. E questo è veramente triste: malgrado capitino cose come quelle che abbiamo appena ascoltato, e altre che ci raccontiamo ogni volta che ci troviamo, noi resistiamo e non impariamo da esse. Questo significa la non sequela. Non la non sequela a me - che interesse avrebbe? -, ma la non sequela a quello che Lui fa e che io per primo voglio seguire. Questo è il nostro problema con la sequela: che noi, malgrado vediamo in continuazione che l’avvenimento, l’incontro è l’unico metodo in grado di mettere in moto l’io - è quello che ha fatto Dio con Abramo e con Giovanni e Andrea -, noi continuiamo a pensare che ci sia un’altra modalità, un altro metodo più incidente per attrarre l’io. Invece è facilissimo: basta seguire quello che Cristo fa.
«L’altra sera parlavamo con i miei compagni di corso sulla famiglia e una ragazza non riusciva a capire. Lei è cambiata quando io le ho detto cos’era successo nella mia famiglia. Io sono scappato più volte di casa, ho alzato le mani su mio papà e per due anni non ho parlato con lui. Quello che ha cambiato la mia famiglia non sono state delle leggi o una rivoluzione, ma è stato l’incontro che ho fatto quattro anni fa con i miei amici del movimento. Vivendo dentro questo rapporto, dove tutto il mio male era perdonato, vivendo una bellezza e un gusto della vita nuovi, la mia famiglia è rifiorita. Quel rapporto cambia me e cambia quelli che ho intorno senza che io me ne preoccupi. Le ho raccontato di una mia cugina: lei e la sua famiglia vivono in un’altra città e ogni anno vengono a fare le vacanze da noi. L’anno scorso sono venuti a Natale, abbiamo semplicemente mangiato e aperto i regali insieme. Dopo il pranzo, mia cugina viene da me e mi dice: “Io ho l’impressione che i miei genitori stiano insieme per me, non perché si amano, invece vedo che la tua famiglia è unita, vorrei la stessa cosa”. Quando me lo diceva pensavo: ma cos’è che ha visto? Fino a pochi anni fa la mia famiglia era tutt’altro che unita; io neanche mangiavo con la mia famiglia, prima di venire a Milano. Lei era rimasta colpita da come mangiavamo. Poi mi ha detto: “Quando noi eravamo bambini giocavamo, poi tu sei diventato una bestia, ma adesso vedo che i tuoi occhi sono tornati come quelli di un bambino”. Questa cosa mi aveva colpito, allora io semplicemente l’ho invitata a fare caritativa con i miei amici, abbiamo portato il pacco alimentare alle persone dei quartieri più poveri. E lei mi ha raccontato di quel pomeriggio come del più bello della sua vita. Il giorno dopo che è tornata a casa, mi ha chiamato piangendo: “Mi sento una mancanza addosso che non avevo mai sentito”. All’inizio mi sembrava un po’ sentimentale, però subito dopo mi ha detto: “Stamattina alle sette mi sono svegliata, sono andata in centro paese, in città, sono andata al Comune, all’ufficio giovani, e ho chiesto agli sportelli dove si trovassero quelli di Comunione e Liberazione”».
Ma noi pensiamo di avere un metodo più potente, più incidente storicamente per convincere le persone! Allora io vi domando: qualcuno può pensare davvero che il metodo immaginato da noi possa essere più incidente di quello scelto da Dio? Noi non possiamo pretendere di recuperare con il nostro fare ciò che abbiamo perso nella vita. Questa, dunque, è la nostra responsabilità: non resistere al metodo di Dio.
Ancora una volta don Giussani ci illumina, identificando la ragione ultima di questa resistenza, che non è, come potremmo immaginare, l’incoerenza, ma l’aridità affettiva. «La nostra mancanza radicale, ciò` che ci lascia questa indecisione di fondo è` una incapacità`, una acerbità totale, al gusto della bellezza, al gusto estetico, ed è quindi una resistenza impressionante all’essere pervasi dalla gioia, dalla letizia, perciò` dalla vivezza - dalla vivezza! -. Perché solo ciò che è bello, che ti appare bello, che ti fa vivo, cioè catalizza l’energia della tua vita, è la tua vita. È questa carenza atroce che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità` recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è` quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare. Lo stupore, il ricevere la bellezza è l’inverso: gli occhi (...) spalancati ad ascoltare, a guardare, a ricevere. (...) La vostra [diceva nel 1980 agli universitari] (...) è una incapacità di affezione», causata da una ottusità. La scintilla di cui abbiamo parlato, continua Giussani, «è qualcosa che accade e che è recepito nella misura della nostra capacità affettiva, vale a dire della nostra capacità estetica, di gusto estetico, di senso estetico, cioè della nostra capacità recettiva del bello. Mentre la povertà del cuore, o la semplicità del cuore, è l’atteggiamento etico che permette lo sviluppo estetico. Osservate come guarda le cose un bambino: con gli occhi sbarrati! La bellezza e la vibrazione della realtà entrano a fiotti in lui; invece, noi che siamo lì vicini, siamo ottusi» (Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., pp. 220, 223). Questa ottusità è ciò che fa sentire la stranezza di cui parla Pavese: «Ti ride negli occhi / la stranezza di un cielo che non è il tuo» (C. Pavese, «Notturno», da Lavorare stanca, 1936-1943 (Le poesie aggiunte) , in Le poesie, Einaudi, Torino 1998, p. 82). Don Giussani commentava così questi versi: «Ti ride negli occhi: sei fatto del cielo, per il cielo, da un Altro; e questo ti ride, perché il cuore è sete di felicità e di bellezza. Un cielo che non è tuo, però: non lo vuoi» (Si può vivere così. Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione. Appunti dalle meditazioni di Luigi Giussani, suppl. Tracce n. 6/1995, p. 25).
Quando rispondiamo alle sfide della realtà, noi lasciamo sempre trasparire la nostra appartenenza, cioè quello che per noi è più caro, e questo diventa la nostra posizione culturale nel mondo. Sono rimasto sbalordito da come don Giussani, pochi giorni dopo la sconfitta al referendum sull’aborto del 1981, parlando a un raduno di responsabili del movimento, aveva identificato il contenuto sintetico dell’autocoscienza di quanti si erano mossi, ciò che avevano di più caro, da cui scaturiva la posizione culturale: «Il punto per la conduzione del movimento che scaturisce da questa vicenda referendaria è la tristezza, è la tristezza nel constatare che l’avvenimento di Cristo non ha giocato e non gioca come il valore della vita». Quello che era accaduto durante il referendum era, dice, l’espressione di quello che capitava nella vita ordinaria delle comunità: «Nella vita normale della nostra comunità e della conduzione del movimento questa trasparenza del valore della fede in noi non c’è. Insomma, è Gesù Cristo che non c’entra con la nostra gente».
E ci indicava con precisione anche la strada da seguire. Vale la pena ascoltarlo, se non vogliamo perdere di nuovo il treno: «Gesù Cristo deve avere una evidenza in sé per la nostra gente! La direzione è questa. “Io non conosco altro che Cristo” e questo Cristo storico che, come esito, è stato eliminato. Agli altri Cristo diventa presenza, se diventa presenza per me! Sono io la presenza di Cristo: passa attraverso questa comunicazione l’avvenimento della Sua persona, il mistero della Sua persona [come documentano tutte le testimonianze che abbiamo letto]. C’è un corollario a questo punto: capite che il movimento sarà salvato da questa minoranza! Il pezzo portante del futuro è la testimonianza reale» di coloro che aderiscono a Lui. E aggiungeva: «È estremamente difficile, difficile nel senso statistico del termine, trovare della gente che viva veramente, che si metta in compagnia per la santità, cioè per la fede, in Cristo, per imparare la fede, per vivere e testimoniare la fede. E questa difficoltà è aggravata dal fatto che sarà ben difficile statisticamente che i nostri adulti trovino delle guide in questo senso, dei suscitatori in questo senso. Il movimento sarà portato [avanti] da quelli che non sentiranno la minoranza [come era capitato con l’esito del referendum, per il fatto che i contrari all’aborto si erano fermati al 32%] minimamente come minorazione, perché avranno dilatato il loro cuore dal valore. E il valore è uno solo, uno! Perché anche la vita non è valore, se non ci fosse Cristo! L’avvenimento di Cristo. Il movimento sarà portato avanti da chi ha fatto questo incontro, e il segno che avranno fatto questo incontro è la capacità di fraternità, di compagnia». Il movimento sarà portato avanti da coloro che non hanno potuto, come Giovanni e Andrea, cancellare l’esperienza che hanno vissuto con Cristo, il contenuto dogmatico della fede, e stanno insieme per questo. Perciò don Giussani insisteva: «Il futuro del movimento si chiama la testimonianza dell’adulto», aggiungendo una frase delle sue: «Questo è un momento in cui sarebbe bello essere in dodici in tutto il mondo» (FRATERNITÀ DI COMUNIONE E LIBERAZIONE, Documentazione audiovisiva, Consiglio nazionale di CL, Milano, 30-31 maggio 1981).
In che cosa consiste, allora, la testimonianza? «Essere presenza in una situazione vuol dire esserci in modo da perturbarla, così che, se tu non ci fossi, tutti se ne accorgerebbero. Dove ci sarai, gli altri si arrabbieranno o ti ammireranno, oppure sembreranno essere indifferenti, ma non potranno non riconoscere la tua “diversità”».
Di quale natura è questa testimonianza? «Il vero annuncio lo facciamo attraverso quello che Cristo ha perturbato nella nostra vita, avviene attraverso la perturbazione che Cristo realizza in noi: noi rendiamo presente Cristo attraverso il cambiamento che Egli opera in noi. È il concetto di testimonianza» (L. Giussani, 19 marzo 1979; «1954. Cronaca di una nascita», Appunti da una conversazione con un gruppo di giovani, in Un avvenimento di vita, cioè una storia, EDIT-Il Sabato, Roma 1993, p. 346).
Come abbiamo visto, questa testimonianza, lungi dall’essere irrilevante e dal fare apparire il cristianesimo come una pagliacciata e i cristiani come clown, desta una curiosità, un interesse tale da aprire un dialogo totalmente inaspettato, anche con persone apparentemente lontane. È così che possiamo rispondere all’invito fatto in questi giorni da papa Francesco ai Vescovi americani, che ho sentito come rivolto a me, a noi: «So bene che numerose sono le vostre sfide, e che spesso è ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze. E, tuttavia, siamo fautori della cultura dell’incontro. Siamo sacramenti viventi dell’abbraccio tra la ricchezza divina e la nostra povertà. Siamo testimoni dell’abbassamento e della condiscendenza di Dio che precede nell’amore anche la nostra primigenia risposta. Il dialogo è il nostro metodo, non per astuta strategia, ma per fedeltà a Colui che non si stanca mai di passare e ripassare nelle piazze degli uomini fino all’undicesima ora per proporre il suo invito d’amore (Mt 20,1-16). (...) Non abbiate paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro né capire fino in fondo che il fratello da raggiungere e riscattare, con la forza e la prossimità dell’amore, conta più di quanto contano le posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del Pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente» (Discorso all’incontro con i Vescovi degli Stati Uniti d’America, Cattedrale di San Matteo, Washington, D.C., 23 settembre 2015).

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