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Giussani e Guardini, la domanda e lo scandalo

di Luca Fiore

31/01/2017 - In epoche diverse, in città lontane, i due grandi hanno affrontato la sfida che la modernità pone alla fede. In una serata al Centro Culturale di Milano, i filosofi Carmine Di Martino e Ugo Perone si sono confrontati sul libro di Monica Scholz-Zappa

Leggere Romano Guardini per capire meglio Luigi Giussani. E usare Giussani per riscoprire la forza di Guardini. È questa la dinamica più interessante, forse, che si accende dalla lettura del libro di Monica Scholz-Zappa, presentato ieri sera al Centro Culturale di Milano (Giussani e Guardini, una lettura originale, Jaca Book).

A testimoniarlo sono stati Ugo Perone, titolare della “Cattedra Romano Guardini” alla Humboldt Universität di Berlino, e Carmine Di Martino, docente di Gnoseologia all’Università degli Studi di Milano, che con l’autrice sono tornati a riflettere sulle affinità del pensiero dei due giganti del Novecento. Entrambi non inquadrabili in correnti filosofico-teologiche, si trovano in luoghi ed epoche diverse a confrontarsi con la modernità in ambiti in cui il cattolicesimo è, culturalmente, una minoranza. Guardini nella Germania protestante, Giussani nell’Italia del pensiero laico di sinistra. «Con la stessa lealtà, i due si pongono la domanda su cosa sia il cristianesimo e che rapporto abbia con la realtà presente», spiega l’autrice: «La sintonia tra loro è sulle domande e nella passione per porle». La questione capitale èsull’accettabilità della fede per l’uomo contemporaneo, spiega Monica Scholz-Zappa «non li porta a risolvere la tensione tra il neotomismo, che guarda al passato, e le posizioni che vorrebbero avvicinarsi al pensiero moderno. Non cercano una terza via, ma vanno a fondo delle domande più vere dell’uomo».

Per Ugo Perone, quello del sacerdote lombardo, non è un approccio teorico, ma è volto a cogliere i nessi con la vita. «La parola che accosterei a Guardini è integralità, mentre per Giussani userei radicalità», spiega Perone: «Giussani radicalizza ciò che prende dall'altro, nel senso che lo rende meno attutito, più esplicito. Prima della lettura di questo libro, non avevo mai colto in modo così forte l’energia della proposta di Guardini». E radicalità anche nel senso che se ne coglie la vera radice. Il tentativo, cioè, di rompere una prospettiva culturale-astratta per andare incontro all’uomo: «Trovare qualcosa che non sia conseguenza di una teoria, ma sia la radice della teoria».

Uno dei punti incandescenti del pensiero di Guardini è il modo con cui, ne L’essenza del cristianesimo, afferma che il cuore di tutto è l’affermazione: «Dio si è fatto uomo». «È scandalosa la pretesa che il Divino si faccia conoscere in una concrezione della storia. Non si tratta dell’appiattimento storicista che veniva fatto nell’Ottocento, ma della rivendicazione che la storicità del cristianesimo è un fatto indeducibile, che devia il corso della storia e, al contempo, resta dentro le vicende umane».
Per Carmine Di Martino i brani di Guardini «si piantano nella mente di Giussani come “saldo chiodo”, per usare un’espressione di Gaetano Corti, perché il pensiero di entrambi è esistenziale, vitale, radicale, appunto». Il discorso dei due si sviluppa dentro un’avventura educativa, grazie a «sollecitazioni viventi», che sono quelle dei giovani confrontati con le sfide del proprio tempo. Certe riprese o formulazioni che Giussani fa, spiega Di Martino «sono cesellate nell’agone del dialogo». Sì, perché la sfida, sia a Berlino che a Milano, in sintesi è questa: perché i giovani si allontanano dal cristianesimo? Perché si è dimostrato falso o perché è stato vero soltanto per un momento del passato? Oppure perché non è stato proposto per quello che è? È una questione di metodo.

È in questo senso che la sfida sull’essenza del cristianesimo si condensa attorno a tre termini su cui gravita la riflessione di entrambi, il cui debito di Giussani non è meccanico né esclusivo: avvenimento, incontro, esperienza. Per Giussani il cuore è l’avvenimento, ma perché la fede possa toccare il livello esistenziale, essa deve passare da un incontro che rende contemporaneo l’avvenimento permettendogli di essere un’esperienza per chiunque. In questo senso la questione fondamentale, prima per Guardini, ma in modo ancor più radicale per Giussani, è: «Dov’è Cristo ora?».

Uno dei pregi del libro, spiega Perone, è iniziare a dare gli strumenti per liberare i due autori dagli stereotipi che spesso li imprigionano. «Guardini è apprezzato da un cattolicesimo sotterraneo, che lo guarda come singolarmente inattuale, intendendolo come un bel pezzo della propria storia. Che cosa possa dire oggi, però, risulta difficile dirlo. Letto con il filtro di Giussani, appare invece improvvisamente attuale». Allo stesso modo, continua Perone, il sacerdote italiano, sullo sfondo del filosofo tedesco, «si alleggerisce da un imprigionamento troppo pratico, politico, movimentistico. Sul piano teorico, più che storico, liberare Giussani da questo vincolo troppo stretto significa liberarne le potenzialità».
Il punto su cui si dovrebbe continuare a riflettere, secondo Perone, è quanto il contributo dei due sacerdoti sia spendibile oggi, in un’epoca che entrambi definiscono come successiva alla modernità, nella quale ci troviamo a pensare ancora con le categorie dei moderni. «Guardini è fiducioso del passato che la tradizione della cattolicità ci ha consegnato. In Giussani mi pare ci sia la volontà di trovare strade alternative. Sembra avere più impazienza di futuro. Entrambi sono grandi nella teologia, ma non so dire se, dal punto di vista teorico-filosofico, essi reggano la sfida del presente».

La risposta di Di Martino a questo punto parte dalla categoria proposta da don Julián Carrón, che attinge da Benedetto XVI, di “crollo delle evidenze”. È possibile oggi, cioè, comunicare il cristianesimo senza partire da presupposti culturali cristiani? In questo senso con la parola incontro, presente anche in Guardini e oggi sempre più usata da pensatori contemporanei di grido, Giussani indica una dinamica nella quale la comunicazione del contenuto di fede non ha bisogno di prerequisiti. «Giussani ha individuato le leve originali che muovono l’uomo di tutti i tempi e di tutte le latitudini, su cui può poggiare un dialogo senza presupposti». Per questo è nelle condizioni di reggere la sfida del presente.
Monica Scholz-Zappa ricorda il nome che Giussani dà a queste “leve”: esperienza elementare. «Religiosità e avvenimento sono sì categorie teologiche, ma sono anche strumenti filosofici. È in questo senso che è vincente oggi parlare di incontro: è un nuovo inizio. L’unico presupposto necessario è la domanda, che Giussani chiamerebbe mendicanza».

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