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Don Giacomo: afferrato in Cristo

di Massimo Borghesi

19/04/2017 - L’amicizia di don Giussani. Gli anni del "Sabato" e di "30Giorni". E poi sant’Agostino, Péguy, santa Teresina... Un amico di lunga data ricorda il sacerdote scomparso il 19 aprile del 2012, che ha segnato la storia del movimento

È con commozione e somma gratitudine che ricordo colui che mi ha accompagnato per più di metà della mia vita e che è stato per me padre, fratello, amico. Commozione e gratitudine, due parole che gli erano care, che lo hanno segnato in particolare nel corso degli ultimi quindici anni. Moltissimi di coloro che lo hanno conosciuto ricordano la sua intensa comunicazione della fede capace di coinvolgere i giovani più lontani, l’appassionato promotore di opere e di iniziative sociali, l’acuto ed intelligente ispiratore de il Sabato nei caldi anni Ottanta e Novanta, il polemista, talvolta intransigente, la sua forte personalità. Una figura che ha lasciato un segno, profondo, nel cattolicesimo militante di allora. Tutto questo era don Giacomo. Eppure l’uomo e il sacerdote che era tornato a Roma, dopo il biennio trascorso a Salamanca nel 1997-98, era una persona diversa. L’“esilio” spagnolo, confortato dall’abbraccio e dall’amicizia di don Giussani, lo aveva cambiato. Non era più il militante e il combattente per la fede che ti sorprendevano, ma l’umiltà del sacerdote, l’intensità della preghiera, la tenerezza e la forza con cui ti abbracciava, il tempo vissuto senza ansia. Era mutata la prospettiva e il cuore si era allargato. In un articolo del 2001, “Ciò che conta è lo stupore”, dedicato a Péguy e pubblicato su 30Giorni, dirà che tre intuizioni non erano a lui evidenti negli anni Novanta. La prima era che il mondo prosperava anche senza Gesù. Ciò toglieva alla fede ogni risentimento. La seconda, che la scristianizzazione era opera dei chierici e non del mondo. La terza è che questa scristianizzazione, come diceva Péguy, nasceva da un errore di mistica, dal toglimento del mistero come operare della grazia. Commentando, don Giacomo affermava: «Non hanno mai incontrato la grazia, cioè l’attrattiva Gesù, non l’hanno mai incontrata nel sensibile».

L’attrattiva Gesù era il titolo dell’opera di don Giussani che, secondo lui, raccoglieva «forse le cose più belle che ha detto». Ricordava, in proposito, come Giussani gli avesse confessato: «Vedi, mi avevano proposto come titolo L’affezione a Cristo. Ma io ho suggerito L’attrattiva Gesù. E anche quella volta mi ha guardato e ci siamo guardati commossi e grati per la grazia di una “comunanza dello spirito” (Fil 2,1). “Comunanza di spirito” che ha voluto esprimere davanti a tutti con la frase: «L’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza. Il nostro sì a Gesù nasce infatti dall’attrattiva che Lui è. E così è possibile dire sempre sì, perché il sì coincide con una domanda: “Vieni” (Ap 22,17). Come da bambini avevamo imparato a cantare alla Comunione: “Gesù caro, vieni a me, e il mio cuore unisci a Te…”». Era uno dei canti che aveva fatto imparare durante la messa del sabato sera a San Lorenzo al Verano a Roma. Da bambino aveva imparato che Gesù era “caro”, aveva imparato ad amarlo. Da grande aveva compreso che «per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati». Si può amare Cristo perché si fa esperienza dell’essere amati da Lui, la risposta precede la domanda, così che la fede sorge da un grande amore. Ricordava spesso sant’Agostino per il quale Pietro era più buono, ma Giovanni era più felice, perché amato di più da Gesù. Era, questo, il dono dei testimoni. In lui assumeva spesso il volto di una singolare tenerezza con i bambini, di un’attenzione ai bisognosi.

Testimonianza e tradizione. Nell’articolo su Péguy si domanderà: «Nel tempo dell’esilio che cosa viene donato? Tre cose questi anni hanno donato. Per usare le parole di Péguy, la prima: il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli». Per questo aveva fatto ripubblicare da 30Giorni i due volumetti della Dottrina Cristiana editi delle Edizioni Paoline del 1955, con le belle immagini a colori. «La prima cosa è che questa inermità rende care, care come non mai, le cose semplici della tradizione della Chiesa». Di qui, la commozione quando Giussani parlava del «mio seminario», quello di Venegono, lo stesso frequentato da lui, con gli stessi maestri. La seconda cosa donata, nel tempo dell’esilio, era la preghiera. «Se è un’attrattiva che accade, l’uomo può solo aspettare. La modalità per aspettare, la modalità sono le formule più semplici della preghiera cristiana». Il volumetto Chi prega si salva, con introduzione del cardinal Ratzinger, edito da 30Giorni in migliaia di copie in tutto il mondo, era l’espressione di questa esigenza. La terza cosa era che «la stagione dei militanti è definitivamente passata».

Personalmente, seguendo Péguy, si definiva come «un cristiano della parrocchia, che ama il catechismo che ha studiato da bambino, che recita le Ave Maria del Santo Rosario, perché il resto, tutto, accade per grazia».

L’ultimo periodo della sua vita lo ha visto, nel dolore e nella prova della malattia, presente fino all’ultimo alla messa vespertina del sabato a San Lorenzo, anche quando il venir meno delle forze e la tosse persistente gli impedivano di parlare. Domenica 15 aprile, in clinica, ha partecipato in silenzio alla santa messa. Alla fine ha guardato coloro che erano presenti, ad uno ad uno, con affetto indicibile, come chi guarda coloro che sono cari per un’ultima volta. Nella casa che lo ha ospitato negli ultimi mesi, negli scaffali, oltre ai testi di Giussani e all’Opera omnia di Agostino, l’autore amato a cui aveva dedicato tre volumi e le sue lezioni all’Università di Padova, c’erano innumerevoli immagini di santa Teresina a cui era molto affezionato. Rievocando a suo tempo la figura di Giussani aveva scritto: «Un giorno sorridendo mi disse: “Vedi, in Paradiso tu starai vicino a santa Teresa di Gesù Bambino”. E io, ridendo: “Se ci sarai anche tu vicino”».

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