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GRAN BRETAGNA

Una luce nella tempesta

di Giuseppe Pezzini

10/01/2017 - Il dramma per una separazione, vivere la fede in città secolarizzate, i rapporti lavorativi. Cinquecento persone per l'annuale appuntamento delle comunità di CL del Nord Europa con Julián Carrón. A tema, la quotidianità. E che cosa la illumina

Alessandra, giovane sposa dall'Italia, viaggia immersa nell'indifferenza, sua e dei suoi colleghi, pendolari con lei sul treno diretto verso Telford, grigio villaggio nel Nord dell'Inghilterra, dove lavora da alcuni mesi. Davide, manager con esperienza decennale nel Regno Unito, inizia un nuovo lavoro dopo mesi di disoccupazione, deve obbedire a un giovane capo con molta meno esperienza. Michiel è parroco universitario a Tilburg (Paesi Bassi), in una terra ormai totalmente scristianizzata. Martina, che vive a Londra con suo marito James, è tormentata dai dubbi su un'esperienza di un movimento, CL, che fa scelte che lei non condivide. E poi Massimo, Ettore, Francesca… Uomini e donne con responsabilità, misurati ogni giorno nella loro performance, spesso senza i risultati sperati.

Sono solo alcune delle storie raccontate in un weekend di gennaio, a Reading, a mezz'ora di treno da Londra. Più di cinquecento persone provenienti dalle comunità di CL del Nord Europa si ritrovano insieme a don Julián Carrón per un appuntamento ormai tradizionale, ma sempre nuovo. È un popolo variegato quello che popola il golf resort di campagna, immerso nella nebbia dell'inverno inglese: ci sono i veterani con i figli ormai adolescenti; i nuovi arrivati, riconoscibili dall'inglese ancora un po' incerto; e soprattutto le decine di giovani famiglie, con bimbi e neonati al seguito.

Il format del weekend è semplice: due lunghe assemblee, incorniciate da altrettante lezioni di don Carrón, e una lettura teatralizzata di un testo di Oscar Wilde il sabato sera. A tema l'esperienza, partendo dalle circostanze che ognuno è chiamato a vivere.

Momenti a volte straordinari, come l'incontro commovente con Rowan Williams, ex-primate della chiesa anglicana, di cui parla Marco; oppure dolorosi, come la vicenda di Tommaso, ferito dal dramma di una separazione e costretto a vivere fuori casa, ospitato da amici che lo accompagnano come un fratello.

Per lo più si tratta di circostanze banali, quotidiane, normali, come tutte quelle degli uomini chiamati a vivere in questo caotico inizio millennio, dove i cristiani sono diventati minoranza.

E venerdì sera Carrón inizia il dialogo proprio guardando e approfondendo la natura di queste circostanze storiche: sterili se si dà credito alla propria scarsa immaginazione, influenzata dal sensazionalismo del mondo o inchiodata a un'immagine del passato.

La domanda chiave, ripete don Julián, è quella di Natanaele («Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?»), un interrogativo che si fa ancora più drammatico in un mondo in rapido cambiamento, dove già la tempesta incombe, nel Nord Europa secolarizzato forse più che altrove. Al posto di Nazareth ci sono i luoghi e le circostanze in cui viviamo, le persone che ci stanno attorno, ma la sfida è la stessa.

E anche il metodo di Dio non cambia: ai dubbi e alle difficoltà, Carrón risponde mettendo a nudo la sua esperienza, di guida del movimento in un momento storico così travagliato, e della sua scoperta sofferta che tutto è dato per la propria maturazione. La stessa scoperta che fu anche di Oscar Wilde, prigioniero a poche miglia di distanza dal golf resort, raccontata nella sua Ballata del carcere di Reading che è stata presentata nella serata di sabato.

Di fronte a tutte le incertezze, Carrón è radicale: «Bisogna verificare il cristianesimo nel mondo di oggi, in questo contesto particolare. Bisogna guardare in faccia i propri dubbi e incertezze altrimenti rimangono senza soluzione. Ma tutti i dubbi non possono impedire a Cristo di riaccadere, come vediamo nelle esperienze raccontate in questi giorni».

Il mistero dell'Incarnazione riaccade, infatti, ogni giorno. Lo stesso evento, in una forma diversa. Come si dice nell'omelia di domenica: «La luce del Natale splendette nella povertà di una mangiatoia, e ora splende nelle piccole cose della nostra vita, quelle che non fanno notizia, ma cambiano la nostra vita e dunque il mondo».

Ed è proprio questa Luce tra le piccole cose della vita la vera protagonista del weekend, a cui Carrón invita a guardare. Alessandra, poco a poco, comincia a guardare a quell'ora in treno verso Telford come a un'opportunità. Così comincia ad essere se stessa, partendo dal suo bisogno e dall'ipotesi di bene che ha incontrato: i colleghi notano questa differenza e nasce con loro un'amicizia imprevista, che stupisce innanzitutto lei, per la curiosità e insistenza con cui la riempiono di domande sulla sua strana vita nel movimento.
Oppure Massimo, in Irlanda da tanti anni, che ha una reazione aggressiva alle critiche dei manager della banca per cui lavora. Gli rimproverano lo stile paternalista e troppo fissato sui dettagli. Eppure lui, all'improvviso, si ricorda dell'invito di papa Francesco a non costruire i muri e comincia a chiedersi come e dove Cristo possa accadere in una circostanza apparentemente ostile. Come riparte? «Innanzitutto ascoltando ciò che mi veniva detto».

È lo stesso cammino di Davide, Rudi, Francesca, Michele e di tanti altri che vivono isolati in giro per il Regno Unito; la stessa dinamica, ma sempre diversa, incarnata nell'attimo di storia in cui uno è chiamato a vivere: l'adesione all'ipotesi positiva incontrata e ravvivata dalla sequela al movimento li ha resi protesi a intercettare l'azione di Dio nella propria storia, e a sorprendere in sé una letizia e intelligenza diversa.

Lo stesso cammino di Tommaso, la cui separazione dalla moglie si rivela essere strada preziosa per una crescita umana e una posizione di verginità che per lui è fonte di pace. «Dove hai potuto vedere che questo è possibile?», lo incalza Carrón: «Perché hai visto gente chiamata alle verginità la cui vita fiorisce. La cui vita non è una rassegnazione o un accontentarsi con qualcosa di meno».

Guardare, ripete Carrón, è infatti il verbo cristiano per eccellenza: come dice Marco raccontando della sua preghiera comune con Rowan Williams, arcivescovo anglicano, per l'unità della Chiesa: «Non c'era nulla da fare in quel momento, se non guardare e godere di una Presenza, che mi riempiva di gioia e certezza».

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