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«Che storia ci è toccata»

di Alessandro Giuntini

15/09/2016 - Domenica scorsa è stata inaugurata la nuova sede della comunità femminile dell'Imprevisto, realtà che dal 1990 recupera giovani dalla tossicodipendenza. Alla festa, davanti ad autorità e amici, alcune donne ex "ospiti" hanno raccontato la loro esperienza

«Che storia ci è toccata!». Sono le parole di Silvio Cattarina, trentino trapiantato nelle Marche, presidente e fondatore della cooperativa pesarese "L’Imprevisto", all’inaugurazione della nuova sede della comunità femminile "Il Tingolo”, sulla strada panoramica dell'Ardizio, che da Pesaro porta a Fano, domenica scorsa, 11 settembre. Più di un evento istituzionale, è stata una festa, con tantissimi amici presenti al battesimo dell'ultima nata tra le strutture di quest'opera che dal 1990 recupera giovani dalla tossicodipendenza. «Sono stati ventisei anni di incontri, di vita, amore e misericordia», ha detto ancora Cattarina, dopo i saluti del sindaco Matteo Ricci, del governatore della Regione Luca Ceriscioli e del vescovo Piero Coccia e con le battute del comico Paolo Cevoli, da anni amico della comunità pesarese. E proprio perché l'opera è una storia, sono state chiamate a raccontare di sé e della loro vita alcune delle ragazze passate in questi anni dal Tingolo.
Erika, per esempio, che oggi ha 37 anni e due figli, e che ha terminato il percorso nella cooperativa nel ’98. Oppure, Paola e sua figlia Susanna, entrate in una comunità nello stesso momento: la prima alla Pars (altra cooperativa marchigiana che opera nel settore della tossicodipendenza), la seconda all'Imprevisto. E ancora Katia, 36 anni, arrivata al “Tingolo” nel 1997, e che oggi fa la decoratrice. Di seguito, alcuni stralci dai loro racconti.



«Essere davanti a tutti voi a portare la mia testimonianza è un’emozione unica, perché non è una cosa che si fa tutti i giorni, sono esperienze che tieni strette nel cuore: la comunità a me ha insegnato tanto; è stata fondamentale nel mio percorso di vita e mi ha insegnato a volermi bene. Ero così arrabbiata con la vita e con il mondo per tutto quello che era successo a me e alla mia famiglia, per come la mia vita era andata. Ma ho capito che così la facevo pagare solo a me stessa; non avevo pace, serenità, ma solo rabbia e un uragano di emozioni che non riuscivo a dominare e tiravo fuori nel peggiore dei modi. Oggi Erika si è perdonata e ha perdonato. Gli operatori e Silvio mi hanno aiutata a chiudere una porta e, insieme, ad aprire un portone che mi ha regalato il dono più prezioso: la mia famiglia, mio marito Luigi e i miei figli Rocco e Raffaella. Oggi chiedo alla vita di continuare ad aiutarmi a trasmettere il bene che ho dentro e che chi è nel mio cammino possa cogliere tutto il bene e il bello che questa esperienza mi ha regalato».
Erika




















«Provengo da una famiglia cattolica e onesta. Tutti valori che mi erano stati trasmessi, ma da cui mi ero allontanata dopo la prematura morte di mia sorella. A tredici anni ho iniziato a muovere i primi passi in quel mondo squallido e devastante che è la droga. Da quel giorno ne sono seguiti tanti altri, troppi! Così tanti da non riuscire più a ricordare chi fossi; tanti da perdere la capacità di guardarmi dentro; troppi per riuscire a stupirmi davanti alla bellezza del Creato o di commuovermi di fronte all’altro, che mi dona una carezza. Niente e nessuno aveva più valore per me. Ero come una foglia nelle mani del vento.. Quando anche mia figlia Susanna cadde nel tunnel della droga, ed io ero stanca di toccare il fondo per accorgermi che ce n’era sempre un altro da raggiungere, decisi che era arrivato il momento di farsi aiutare. Così sono entrata nella comunità Pars, mentre mia figlia entrò al "Tingolo". La prima cosa che ci ha colpite in comunità è stata la risposta di un bene gratuito, nonostante la difficoltà a capire e, soprattutto, ad accettare. Restavamo sempre sorprese dal fatto che quella realtà sgretolasse ogni nostro pensiero e convinzione, mostrandoci che niente era scontato. Quasi da subito abbiamo sentito che la comunità era un porto sicuro, un rifugio. Avevamo compreso che il Signore non ci aveva mai abbandonate. Gli operatori e la comunità sono stati Suoi strumenti perché noi potessimo ritornare al Padre. Tra lacrime e sorrisi, ricominciammo a fidarci e ad affidarci all’altro, lasciando che la comunità ci rieducasse alla vita, con le sue regole ed i suoi valori. Ne è valsa la pena perché insieme a loro abbiamo ripreso in mano le nostre vite riconquistando la dignità. Mia figlia oggi è sposata, è madre di un bimbo meraviglioso e in attesa di un altro figlio. Ragazze, guardate il vostro presente con fede e lasciatevi stupire proprio come accade quando si guarda questo posto e la meravigliosa sensazione che si prova quando ci si affaccia da quella nuova terrazza. Grazie dal profondo del cuore. Io ragazze pregherò per voi con la speranza che possiate accorgervi di quanto valete. Un abbraccio forte a tutti».
Paola




















«Mi sono chiesta cosa della mia esperienza potesse davvero servire a voi ragazze oggi ospiti al "Tingolo". Dopo tutto questo tempo passato qui e poi fuori, posso dirvi che la cosa che davvero ha fatto la differenza, è stata quella di trovarmi circondata da persone che mi hanno sempre chiesto molto, molto di più di ciò che pensavo di poter fare e dare; prima in comunità, poi al lavoro, poi con il mio compagno ed infine con i miei figli, questa richiesta è sempre stata costante e ogni volta più impegnativa. Ma se è vero che è faticoso, duro rispondere ogni giorno, è altrettanto vero che la mia crescita e la mia felicità dipendono da come io riesco a stare davanti a questa domanda. Io come voi, mi sarei chiesta davvero, davvero poco, e avrei perso così tanto. Oggi che sono madre di due figli di tredici e sette anni (io che non volevo figli), ho aperto una partita iva come decoratrice (io che non ho finito neanche le superiori) e ho al mio fianco un compagno da sedici anni (io che non credevo nel per sempre), spero di rimanere sempre aperta alle possibilità che ancora si presenteranno, continuando ad avere il coraggio di rispondere sì, quel sì, lo stesso sì che tanti anni fa ho detto a questa esperienza».
Katia

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