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GERUSALEMME

Come Francesco e il Sultano, ottocento anni fa

di Emilia Guarnieri

09/02/2017 - Una mostra da inventare, gli amici di CL e quelle madri che marciano per vivere in pace in una terra piena di contraddizioni. Diario di viaggio della Presidente del Meeting di Rimini

Tre giorni a Gerusalemme, con Alessandra e Roberto, per verificare la fattibilità di una mostra, da realizzare al Meeting in collaborazione con la Custodia di Terra Santa. La possibilità di mostrare i luoghi dove Gesù ha vissuto. Ma anche l’occasione per raccontare come quell’Avvenimento continua ad essere presente.

Da ottocento anni i francescani sono in Terra Santa a custodire i luoghi, memoria della vita di Gesù, e a custodire le persone, cristiani e non cristiani. Tantissimi in questi anni ne abbiamo conosciuti, padre Ibrahim, padre Firas, francescani che in Siria, Israele, Palestina, Giordania confortano, educano, testimoniano speranza, annunciano la salvezza di Gesù.

A Gerusalemme i frati hanno messo mano alla catalogazione del materiale archeologico, iconografico e fotografico per un nuovo Museo. Sulla targa dei benefattori che hanno contribuito all’avvio dell’impresa campeggia il nome di don Giussani, segno di quell’affetto commosso che ci lega da sempre alla storia della Custodia e, per noi, quasi un suggerimento del cuore con cui essere lì.

Accolti da padre Francesco Patton, il Custode, accompagnati da padre Stephan e dalla sua collaboratrice Marie, abbiamo cominciato ad addentrarci nella bellezza di questi ottocento anni di presenza francescana, cominciando ad immaginare la Mostra per il 2017. Ma perché non pensare anche ad un progetto espositivo di più ampio respiro, nel 2019? A quel punto sarebbero ottocento anni dallo storico incontro tra Francesco e il Sultano, un esempio di dialogo tra due uomini diversi, che ebbero il coraggio di parlarsi: il Sultano non si convertì, ma i Francescani poterono continuare a vivere pacificamente in quei luoghi.






















Mentre i progetti espositivi prendevano forma, le giornate a Gerusalemme diventavano occasione di altri incontri imprevisti. Ci stupivamo di fronte alla semplice e consapevole certezza che abbiamo visto in tanti amici del Movimento che vivono là e che negli anni si sono aggiunti alla storica presenza di Sobhy. Benedetta, Ilaria, Sara, archeologi, giornalisti, operatori presso la Custodia. Una sera, di ritorno dal gesto che una volta alla settimana riunisce una trentina di persone, con messa, Scuola di comunità e cena, Benedetta è venuta a salutarci insieme a Bernadette. Un nuovo incontro. Violino in spalla, occhi scintillanti, vibrante di emozione come le corde del suo strumento, ci racconta di una famiglia, la sua, intessuta di musica, dove le note, amate e condivise, sono diventate una carezza al dolore della vita. Lei ora studia e suona in orchestra a Tel Aviv. Ultima di quattro figli, tutti musicisti come i genitori, parla del fratello Emmanuele, il compositore, con un affetto e una stima che ti fa desiderare di conoscerlo e di ascoltarlo. E chissà che il prossimo Meeting non possa essere l’occasione per ascoltare lui, i suoi fratelli e la loro orchestra...

Città affascinante, Gerusalemme. Tocchi i sassi che aveva toccato Gesù, mentre ti muovi in mezzo a mille contraddizioni, diversità, ostilità. Nelle strade ci si fa largo tra ebrei, mussulmani, cristiani, palestinesi, israeliani, popoli feriti da violenze e persecuzioni, dove è normale convivere con la guerra. Si capisce perché la saggezza di chi è qui da anni, come il Nunzio monsignor Giuseppe Lazzarotto, sa che i tempi di una possibile pacificazione sono lunghi, affidati alla educazione e alla vivacità di quelle iniziative di pace che nascono sia tra gli israeliani che tra i palestinesi.






















Anche noi abbiamo incontrato una di queste esperienze, Women wage peace. Madri israeliane, intenzionate a battersi per far cessare il conflitto tra Israele e Palestina, cui si sono unite donne palestinesi, cristiane, mussulmane. Hanno cominciato trovandosi nelle case a parlare di pace. A fine ottobre la Marcia della Speranza le ha viste in migliaia marciare da Nord a Sud di Israele, lungo il confine, mentre donne palestinesi e giordane marciavano dall’altra parte. Contano su comitati di solidarietà in diversi paesi del mondo. Come recita un detto ebraico, «Non sei chiamato a portare a termine il lavoro, ma ora non puoi esimerti dal farlo». «La diversità è un dono», ci hanno detto.

«Qui di qualunque questione concreta parliamo, donna, educazione, diritti, ci accorgiamo che siamo diversi, ma, direi al mio interlocutore, ti voglio bene lo stesso, proviamo ad andare avanti insieme». Ce lo diceva padre Pierbattista Pizzaballa, oggi Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme. È semplice dire «ti voglio bene lo stesso», semplice come la speranza che «uno che è stato salvato non può non avere». Ancora una volta, nella lunga conversazione con lui, abbiamo visto all’opera quello “sguardo redento” che aveva messo davanti ai nostri occhi nel suo intervento al Meeting del 2014. Quello sguardo che non è una risposta ai problemi, ma che ti mette nella posizione più giusta per affrontarli. E in quel contesto di problemi forse irrisolvibili è evidente che questo sguardo è indispensabile per vivere.

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