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COLOMBIA

Bogotà, a cena con Zaccheo

03/04/2017 - Due incontri in un giorno con Franco Nembrini. Al mattino, un'ottantina di giovani studenti rapiti per due ore da Dante. La sera è toccato ai genitori confrontarsi su cosa voglia dire educare. Ecco cosa è successo

Fine marzo. Un venerdì mattina, 11.30. Sala "Boggio" del liceo Alessandro Volta, di Bogotà: 75 alunni dai 14 ai 18 anni, tutti attenti e in silenzio per due ore... Esteban è uno che non può mai stare fermo e non riesce a non parlare con i compagni: qui rimane in silenzio tutto il tempo, rispettando i compagni che ascoltano attenti. E ascolta anche lui, anche se per un momento si appisola. Hamachi, invece, di solito in classe non fa altro che disegnare: ora invece rimane, tutto preso, senza la necessità di fare altro. E c’è Anamaría, che spesso dorme sui banchi: adesso osserva e ascolta senza ombra di noia sul volto…

Al tavolo sta parlando Franco Nembrini, un professore come me, in visita dall'Italia. Un uomo che racconta di come la sua vita sia stata cambiata dall’incontro con alcuni grandi, attraverso la lettura dei loro testi. Il primo, a 11 anni, con Dante, nella Divina Commedia: «Ho intuito in quel secondo in cui io ero dentro quel libro e che quel libro era dentro di me, che stavo facendo la sua stessa esperienza. E mi sono chiesto: come fa Dante a saperlo, a sapere di me?». Insomma, da questo nasce la vita: un incontro che ti ridona il tuo desiderio, che ti ridà in mano a te stesso quando pensavi di essere solo e perduto.

Da quel momento sono partiti poi gli incontri più belli della sua vita con gente che nemmeno sapeva esistesse. Fino agli ultimi, che peró diventano i primi in quanto capaci di far rinascere il desiderio, sempre: il musicista estone, il ragazzo russo, il fumettista famoso, o lo scultore geniale della bella statua di Dante che rivede Beatrice. «Volti, dentro un cammino, di gente che desidera come me “Rivedere Beatrice”».

Come i miei ragazzi, che, pieni di domande e di ribellione, sono stati fermi, fissi per tutto il tempo davanti a quest’uomo. E come anche io, meravigliata da questo semplice e straordinario movimento di tanti di loro. Che poi era lo stesso mio.

Alcuni si sono presentati anche la sera all’incontro organizzato per i genitori e i professori sul tema dell’educazione. È stato impressionante vedere di nuovo quegli stessi ragazzi spendere il venerdì sera per rivedere Nembrini, mentre parlava di qualcosa che ha a che vedere con loro a 350 adulti lì per essere accompagnati nel difficile lavoro di educare.

Alla fine non sono bastate le copie dei libri di Nembrini preparate sul banchetto per la vendita all’uscita. Tutti volevano come portare via un pò di quell’esperienza fatta, di sentirsi abbracciati e nello stesso tempo corretti.

Nembrini ha chiuso l’incontro dicendo che i figli hanno solo una necessità, «quella di essere costantemente perdonati: perdonati perché amati, amati e perciò perdonati». L’unica cosa, in fondo, che un educatore deve fare è amare ed accompagnare, per comunicare che la vita è bella. L’esempio che ha portato di Zaccheo ha fatto divertire tutti, ma allo stesso tempo ha chiarito bene i termini in gioco: «Normalmente se un padre è per strada con il figlio e vede su un albero, appostato, Zaccheo, il peggio della società, il delinquente più delinquente, cosa fa? Tappa gli occhi al figlio, gli dice di proseguire e di non guardare da quella parte. Cosa ottiene? Oltre al fatto che sicuramente il figlio rimarrà incuriosito e tornerà in quel luogo per andare sull’albero a vedere cosa ci sia di tanto interessante, comunque avrà per sempre l’idea del padre come di una persona fragile, debole, sconfitta dal male del mondo. Diverso sarebbe se il padre gli dicesse: “Figlio, rimani qui; tuo padre deve fare una cosa”, e si avvicinasse all’albero e dicesse: “Zaccheo, scendi, stasera verrò a cena da te!”. E se, ritornato dal figlio, poi gli dicesse: “Figlio mio, abbiamo vinto una cena gratis!”». Il figlio avrà la percezione che non c’è male al mondo che il padre non possa vincere, ha detto ancora Nembrini: «Che la realtà alla fine è un bene per me. E poi capirà la convenienza suprema del cristianesimo, la “cena”... E non rimarrà nessuna curiosità di ritornare all’albero e salirvi per vedere cosa ci sia di tanto interesante: non ci sarebbe più nulla, perché Zaccheo sarebbe già sceso per andare a preparare la cena!”.

Ancora col sorriso, tutti hanno lasciato la sala contenti della bella serata. Una testimonianza tangibile di quanto sia necessario essere figli per poter essere padri.
Chiara, Bogotà (Colombia)

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