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BRASILE/1

Bahianità, la bellezza dell'imprevisto

di Emilio Bellani

15/12/2016 - L'incontro con Marcelino, nel mezzo della foresta amazzonica, e il battesimo che "s'ha da fare" di due ragazzini della favela. La prima puntata dei «fatti con cui il Signore mi sta accompagnando» raccontati da un missionario a Salvador de Bahia

Mi accovaccio in fondo alla chiesa, biro e block notes, mentre tre fedeli cantano inginocchiati davanti alla statua della Madonna di Aparecida, patrona del Brasile. Alta poco più di 40 centimetri, in legno scuro e con manto ricamato, sta facendo il giro di tutte le parrocchie di Salvador de Bahia, e per tre giorni sosta qui da noi. L’abbiamo portata in processione, oggi che è l’Immacolata, per tutte le nostre chiesine. Due ore abbondanti sotto un sole caldissimo. Non c’erano le due ali di folla, al suo passaggio: tra la gente che oggi ha scelto le spiagge, fosse rimasta a casa, non l’avrebbero comunque omaggiata le migliaia di evangelici protestanti. Abbiamo celebrato la messa solenne in una chiesa della favela piccola e stracolma di fiori e persone (è la terza chiesa che quest’anno abbiamo dovuto ristrutturare, dal momento che il soffitto stava per crollare). Alcune madri del posto hanno quindi offerto una feijoada da leccarsi i baffi. Tento di buttare su un pezzo di carta i fatti con cui il Signore mi sta accompagnando in questi ultimi mesi.

Marcelino
Sono stato a Macapà, nel mese di novembre, a trovare padre Ignazio, l’amico col quale ho vissuto i primi cinque anni qua a Salvador. Son quasi due anni che è parroco in una grande parrocchia sulle sponde del Rio delle Amazzoni. Tre giorni scarsi, ma intensissimi. Tante cose belle vissute insieme e, sopra tutte, questa che vi racconto. Usciamo un mattino per inoltrarci un poco nella foresta amazzonica: il giorno precedente l’abbiamo fatto in barca, questa volta in macchina. Rimango senza parole di fronte a boschi fittissimi di eucalipto che costeggiamo per quasi due ore. Poi, termina l’asfalto e comincia lo sterrato rossiccio. Di tanto in tanto incrociamo un camion che ci viene incontro a fari accesi e alzando una polvere incredibile. A tratti, a bordo-pista, la segnalazione chilometrica diventa l’unico punto di riferimento: chilometro 98, chilometro 99, 100... La guida di Ignazio, che mi fa sussultare ad ogni buca, sembra fatta apposta per rompere la monotonia della strada infinitamente diritta. Si vede che il percorso gli è familiare, le brusche frenate avvengono in concomitanza di luoghi che lui conosce bene: una baracca semi abbandonata, una enorme segheria, un villaggetto di poche case. Vi aveva trascorso i primi anni della sua missione in Brasile, e la capanna che ora mi mostrava era la chiesina nella quale celebrava quando veniva in visita alle famiglie.

Mi chiede, di colpo, se accetto una sosta. Attraversiamo un grande ponte e duecento metri più in là ci fermiamo. È il chilometro 123 o giù di lì. Usciamo dalla macchina. Lo sento gridare un nome: «Marcelino!». Nulla, solo l’abbaiare di cani. Insiste. Fino a che compare un ometto, sui sessanta e a torso nudo, uscito da una grande baracca. Sobbalza quando si sente chiamato di nuovo. I due, a grandi passi, si avvicinano per un abbraccio che mi rimane scolpito nella memoria. «Marcelino, ti ricordi di me? Ti ricordi...?». L’abbraccio dura pochi secondi ma racchiude tantissime cose. Ho la percezione che mi trovo davanti a qualcosa di grande. Come sono grandi lo stupore sul volto di Marcelino e il suo sbalordimento. Mozziconi di parole, un balbettio, come per dire: «Ma sei qua per me? Solo per questo? Non hai nulla da domandarmi?». In effetti, più in là, non ci sono (per noi due, quel pomeriggio) altri panorami da ammirare, o altre persone da incontrare. Sulla porta, graffiata e ingiallita, l’immagine di Nossa Senhora di Aparecida. Sbircio nella casa di quell’uomo e vedo solo cose vecchie e in disordine; nel cortile, un casco di banane, qualche animale. Ma per Marcelino c’è tutto quel che “basta”, in un abbraccio. Uno era venuto a visitarlo, era venuto solo per lui, perché lui era lì.

Sulla strada del ritorno, mentre mi appisolo, ho in testa, come un’idea fissa, le parole di papa Francesco, pronunciate qua in America Latina lo scorso anno (a commento dell’amore che Dio ha per noi), e inserite nel volantone natalizio che i miei parocchiani affiggono alle porte di casa: «È per te, è per te, è per te! È per me questo amore che solleva, che guarisce, che perdona». E mi dico che se possiedi tutto il mondo, ma ti manca la fisicità di questo abbraccio che cerca proprio te, allora cominciano i veri problemi.

Thiago e Tainà
Ho sempre creduto che l’imprevisto sia una parte importante della vita. Che pianificare sia utile, ma che poi le cose accadano a modo loro. Ma non immaginavo di dover fare i conti con una realtà dove, all’improvviso, cambia sempre tutto. È un po' nel carattere di questo popolo, ciò che qui chiamano la “bahianità”. Vengono fuori cose nuove e inimmaginabili tutti i minuti, la previsione è davvero difficile in questa terra. Perfino il meteo: ti svegli sotto un cielo che minaccia pioggia: «Oddio, dobbiamo rimandare la nostra gita!» pensi. Poi arriva l’azzurro, che ti accompagna fino al tramonto.

Abbiamo appena terminato un corso basico sulla Bibbia, in parrocchia: otto incontri per quattro mesi. È stato un vecchio prete a suggerirmelo. Prevedevo la presenza di una ventina di persone, e poi le dispense che preparavo non erano mai sufficienti. Sarà stato quel che chiamo il fattore “E”, il vicino di casa evangelico (sempre con la Bibbia sotto il braccio e che ti frega a suon di citazioni) e la voglia matta di prendersi qualche rivincita? Accade pure il contrario: calcoli di cucinare una pastasciutta per venti amici, ti han dato la loro parola, e te ne trovi in casa solo cinque. Insomma mi avete inteso. Ci sono tante cose che si realizzano all’improvviso, quando non ti aspetti. Ma se corrispondono al cuore fanno gioire. Voglio scrivervi di questo.

Thiago e Tainà son due ragazzini, fratello e sorella, 13 anni lui e 12 lei. Hanno cominciato a frequentare il catechismo molto presto, a 7 anni. Ma tutte le volte, quando arrivano a un passo dai sacramenti, ci rinunciano. Ero persino stufo di vederli qua a giggionare tra una sala e l’altra senza concludere niente. Una volta è la resistenza della madre, le cui amiche odiano la Santa Romana Chiesa. Un’altra volta è il padre che, mi dice, deve andare al lavoro anche di domenica. Un’altra volta sono i denari che mancano per organizzare la festa dopo il Battesimo. Nella loro casa, lo sanno bene i vicini, prevale il litigio, e Thiago e Tainà, insieme ai fratellini, devono rifugiarsi al piano sotto dove c’è la nonna: una santa che esce di casa al mattino prestissimo e si reca a fare i mestieri in città per mantenerli tutti, compreso il marito che beve molto. È lei che accompagna i nipotini alla messa la domenica, è lei che desidera per loro, e da sempre, il Battesimo. Ma con l’esito che sapete.

Quest’anno però arriviamo alla vigilia dei Battesimi e la storia che mi aspetto non si ripete: i due ragazzini rinnovano, insieme a papà e mamma, il desiderio di ricevere il primo dei sacramenti; lo fanno in forma ufficiale, con altri 19 giovani e adulti, davanti a tutta la comunità. Al ritorno a casa, però, la povera nonna cade a terra colpita da una semi-paresi. Thiago la soccorre e chiama spaventato i vicini. Così, senza la nonna, tutto sembra saltar di nuovo all’aria. In verità, i due ragazzini si presentano alla prova generale, ma solo per dirmi che no, che non riceveranno il Battesimo perché papà e mamma han scelto di rimandare. Mando subito a chiamare il padre, che dei due mi sembra il più malleabile. Lo faccio riflettere: «D’accordo, non può partecipare, ma è certo che sua mamma, in ospedale, non gioisca al fatto di sapere battezzati i due nipoti?». Mi sembra di essere convincente, di aver vinto la partita. Ma non forzo perché i figli sono suoi.

La domenica, il 20 novembre, la chiesa è preparata a festa. È come una grande famiglia che abbraccia i nuovi. Giungono stranamente tutti in orario. Dalla sacrestia do una sbirciata: ci sono due posti vuoti, mancano proprio loro! Mi casca il mondo addosso: li ho incontrati qualche ora prima… Troppo felici. Dopo la lettura del Vangelo levo gli occhi e scopro che si fanno largo, dal fondo della chiesa, otto persone. Mi prende un groppo alla gola e fatico a cominciare la predica. Sono loro, con papà e mamma e rispettivi padrini. Quello dei Battesimi è per me uno dei giorni più belli dell’anno. Non sono per niente scontati e spesso ci stanno dietro storie complicate e drammatiche. È anche per questo che, dopo la celebrazione liturgica e il taglio della torta gigante, con le foto di rito, scappo fuori col desiderio di visitare le famiglie dei nuovi cristiani nelle loro case. Quelle che posso.

Jaciane e Paloma, due sorelle di 10 e 14 anni, mi ricevono sotto un telo sostenuto da quattro pertiche, è il loro “ristorante” per quella festa, davanti alla loro casa e a lato di un fosso che porta più immondizia che acqua. La torta è bellissima e casereccia, e i loro occhi sono ancora più belli, avvolti nel fumo del churrasco. Churrasco anche per Suco e Valter, sul balcone di casa. Ventisei anni il primo e 25 l’altro, muratore nerboruto con la pelle lucida e nerissima. È stato Suco che, dopo i primi incontri di catechesi, ha invitato l’amico che non ha più perso un incontro, anche se giunge sempre in ritardo. Perché «è tutta la vita che alla domenica mattina gioco a calcio coi miei amici e io non ho voglia di perderli». Nella casa di “questo” e “quella”, cinque metri per cinque, incontro tutto: il bambino, le amiche che ballano frenetiche il pagode, una cassa acustica che fa lo stesso effetto di un terremoto, pentole piene di pesce arrostito, tantissima birra. Morosi che vanno e che vengono. Lì mi diventa ancora più chiaro il motivo per il quale un sacramento non lo ricevi perché lo meriti con una condotta irreprensibile. Ma non è lo stesso anche per me?

Arrivo infine alla casa di Thiago e Tainà. La bambina, in abito bianco, cavalca la vecchia moto arrugginita che sosta davanti a casa. Chiedo una foto con lei e le amichette. Poi arriva veloce come un fulmine Thiago. Preso da una gioia incontenibile, con una notizia che passa rapida per tutte le porte delle povere case dell’area. Non si trattiene: «Mia nonna sta per arrivare! L’ospedale l’ha dimessa!» Non ci posso credere: proprio oggi, nel bel mezzo della festa? Mi lascio convincere solo quando vedo il fiume di persone che corre verso la porta di casa dove Basilia abita. Giunge una macchina, aprono la portiera e tutti vorrebbero aiutare l’anziana caricandola sulle proprie spalle. La coricano sul vecchio divano, lei sbiascica qualche mezza parola, ma intorno è davvero festa grande, bambini e adulti, familiari, amici e amici degli amici, cattolici, protestanti e niente. Thiago e Tainà piangono, come accade davanti alla cosa più bella, che arriva nell’ora che non ti aspetti.

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