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VERSO IL CONCISTORO

La fedeltà di don Ernest

16/11/2016 - Sabato prossimo verrano creati 17 nuovi Cardinali, tra cui padre Simoni, sopravvissuto al regime albanese. Il confronto con la sua vita per riscoprire la propria. E la testimonianza che accade davanti alla «presenza fisica di un martire vivente...»

Il prossimo 19 novembre, in Piazza San Pietro, il Concistoro presieduto da papa Francesco che creerà diciassette nuovi Cardinali. Tra loro, don Ernest Simoni, l'unico sacerdote vivente che ha conosciuto il regime di Enver Hoxha in Albania. Qui la lettera dagli Stati Uniti di un amico albanese, che racconta la storia del sacerdote. E non solo...


Ho cercato invano di trovare un video “decente” di questo vecchio sacerdote albanese della mia terra che papa Francesco ha scelto come Cardinale, ma sono tutti così "scarsi".
Ultraottantenne, maglione di lana (forse il più bello che aveva per una trasmissione televisiva nello studio di TV2000), parlando a volte a fatica, pur mantenendo saldamente presente l'insegnamento di Gesù, ma saltando un po' da un argomento all'altro per la fatica che l'età avanzata gli procura... Non sembrerebbe una gran performance per un Cardinale.

E invece ha conservato ancora uno sguardo disarmante da bambino don Ernest Simoni, 28 anni spesi tra la prigione e i lavori forzati, e due volte condannato a morte dal regime comunista di Enver Hoxha. Viene condannato per aver obbedito alla Chiesa e al Papa. «Tu sarai impiccato come nemico perché hai detto al popolo che moriremo tutti per Cristo se è necessario (...) e per aver celebrato tre messe per l'anima defunta del presidente americano John Kennedy, su indicazione di Paolo VI data a tutti i sacerdoti del mondo».

Si salva per merito dello stesso insegnamento per il quale era stato condannato. «Nella stanza di isolamento portarono un altro prigioniero, un mio caro amico, allo scopo di spiarmi. Egli incominciò a parlare contro il partito, ma io comunque gli rispondevo che Cristo ci ha insegnato ad amare i nemici e a perdonarli e che noi dobbiamo impegnarci per il bene dei popolo. Queste mie parole arrivarono alle orecchie del dittatore, il quale dopo cinque giorni mi liberò dalla condanna a morte». Durante la prigionia dice messa in latino tutti i giorni a memoria, confessando e distribuendo la Comunione di nascosto. Perdonando tutti i suoi agguzzini, senza mai ricevere scuse da loro.
All’indomani della riapertura delle chiese in Albania nel 1992 riprende la sua missione di prete cattolico servendo in più di 110 villaggi del nord. Così, come se niente fosse successo, come se non ci fosse stata nessuna interruzione.

Questa mia lettera non vuole essere uno dei tanti articoli giornalistici, ma solo una reazione a quello che dice Julián Carrón nella "Pagina Uno": La forma della testimonianza. Cercando un video decente, e non trovando altro che la presenza fisica di un martire vivente, la testimonianza di don Ernest Simoni viene a me potente nella inadeguatezza più assoluta, perché «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Non la dialettica, non una bella performance televisiva, ma una fedeltà, la fedeltà vissuta a quello che ha ricevuto, la fedeltà e la disponibilità a Gesu che sempre lo conduce.

E con Gesù ha vinto tutto, paura, angoscia, per il presente e il futuro, ed arriva fino a noi per testimoniare questo. Non deve dimostrare nient'altro. Fedeltà e sacrificio di una vita - assieme a quella spezzata dei 38 suoi amici martiri albanesi, beatificati lo scorso 5 novembre - che non può che essere misteriosamente alla radice del mio incontro cristiano con il carisma di don Giussani, e con la Chiesa di Cristo, di oltre 14 anni fa.

Che libertà quella del Papa per aver conferito questo titolo: che non inventa nulla, ma semplicemente riconosce.

Denis Atchison, Kansas (Usa)

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